RECENSIONE | ‘La vita davanti a sé’, Sophia Loren verso il terzo premio Oscar

Edoardo Ponti dirige sua madre, per la terza volta, nel ruolo di una ex prostituta ebrea. Il film è tratto dall'omonimo capolavoro di Romain Gary
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ROMA – L’abbiamo amata ne ‘La ciociara’, ’Matrimonio all’italiana’ e ‘Ieri, oggi, domani’ di Vittorio De Sica, in ‘Una giornata particolare’ di Ettore Scola, ‘Pane, amore e…’ di Dino Risi, e in occasione del suo indimenticabile annuncio “the Oscar goes to….Roberto”, nel giorno della vittoria agli Academy Award 1999 de ‘La vita è bella’ di Benigni. Ha recitato accanto a grandi attori del calibro di Marcello Mastroianni, Marlon Brando e Cary Grant ed è stata diretta da altrettanti celebri registi. Oltre a quelli già citati, Charlie Chaplin, Sidney Lumet, Martin Ritt, Henry Hathaway, Robert Altman e Mario Monicelli. Senza dimenticare la vittoria di numerosi riconoscimenti, come due premi Oscar, cinque premi Golden Globe, un Leone d’oro, una Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia, un premio BAFTA, dieci David di Donatello ed è stata onorata con una stella sulla celebre Hollywood Walk of Fame. Lei è Sophia Loren, oggi 86enne, icona del cinema nazionale ed internazionale.

A dieci anni dall’ultimo film, la Loren ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco e per di più recitando in un film destinato ad una piattaforma digitale. E per un’attrice come lei che appartiene alla ‘vecchia scuola’ è un’importante rivoluzione. Un ritorno atteso quello della Loren, tornata davanti la macchina da presa per ‘La vita davanti a sé’ (‘The Life Ahead’), diretto da suo figlio Edoardo Ponti. Da oggi su Netflix, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary, ma Ponti si discosta dal libro decidendo di ambientare la storia a Bari, portandola così più vicina alla nostra contemporaneità. Il secondo adattamento delle pagine di Gary, già portate sul grande schermo nel 1977 da Moshé Mizrahi, premiato con l’Oscar al miglior film straniero, racconta la storia di Madame Rosa (Loren), un’anziana ebrea, dura ma anche fragile, sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, spesso alienata dai brutti ricordi del passato ed ex prostituta che per sopravvivere negli ultimi anni della sua vita ospita nel suo piccolo appartamento alcuni bambini di giovani prostitute. Riluttante, accetta di prendersi carico di Momò (interpretato dall’esordiente Ibrahima Gueye), affidato a Rosa dal dottor Coen (interpretato da Renato Carpentieri): un turbolento dodicenne di strada di origini senegalesi, che cerca una ‘casa’ nell’illegalità per fuggire dal suo senso di solitudine e prendere una pausa dalla rabbia, scaturita dalla vita, che gli ha tolto tutto. I due sono diversi in tutto: età, etnia e religione. Per questo all’inizio la loro relazione è molto conflittuale. A volte un incontro può essere la salvezza per una persona. Ed è quello che succede a Madame Rosa e Momò. Ad unirli, nel corso della storia, è il dolore che li ha segnati. I loro occhi raccontano le loro sofferenze e le fragilità: quando si incrociano riconoscono che hanno in comune molto più di quello che pensano. Così, l’astio tra i due si trasforma in un’inaspettata e profonda amicizia.

‘LA VITA DAVANTI A SÈ’, LA LOREN VERSO IL TERZO OSCAR

Ponti porta sullo schermo una storia di solitudine, di uguaglianza, e di grande sofferenza di chi vive ai margini della società. Ma anche un ritratto poetico dell’umanità, quella solidale, senza pregiudizi, tollerante e che si dà completamente al prossimo anche se non ha nulla di concreto da offrire. Solo amore e solidarietà. E questo non è poco, soprattutto al giorno d’oggi.

Tra sguardi poetici ed emozionanti, tenerezza, silenzi che valgono più delle parole, la fiducia nel domani, una commovente umanità, esempi di civiltà, una regia abile e un omaggio a ‘Una giornata particolare’ (in una scena la Loren si trova in una terrazza tra le lenzuola stese, proprio come nel film di Scola al fianco di Mastroianni) c’è il vero ‘faro’ della scena: Madame Rosa, luce dei bambini che ospita a casa e ‘la grande bellezza’ di questo film, che risulta semplice e senza grandi pretese in cui l’unica pecca è quella di aver toccato piano altri interessanti spaccati di realtà attorno a Rosa e Momò senza però approfondirli. Ne è un esempio Lola (interpretata da Abril Zamora), prostituta transessuale, ex pugile, alle prese con il figlio e con il padre che non accetta la sua sessualità. Un personaggio interessante che ricorda molto i protagonisti dei film di Pedro Almodovar.

Qui Sophia Loren conferma la sua grandezza mettendosi al servizio della storia e regalando un’interpretazione magistrale, intensa e potente. Per lei, infatti, c’è già aria di nomination agli Oscar 2021 grazie a questo film (prodotto dalla Palomar di Carlo Degli Esposti), che rappresenta il terzo lavoro in cui la Loren viene diretta da suo figlio, dopo ‘Cuori estranei’ e ‘Voce umana’.

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13 Novembre 2020
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