Misure cautelari violenza donne, la penalista: “Serve attenta valutazione rischio”

Elena Biaggioni avvocata d.I.Re: 'braccialetto elettronico non è soluzione'
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ROMA – “Le misure cautelari nei casi di violenza maschile sulle donne sono e possono essere efficaci, previa una seria e competente valutazione del rischio, che si puo’ fare solo se tutti i soggetti coinvolti sono formati. Possono essere sufficienti e idonee, o insufficienti: in tal caso, bisogna provvedere a una diversa messa in sicurezza della donna.

I centri antiviolenza fanno sempre la valutazione del rischio. Dovrebbe essere fatta anche a livello giudiziario, ma non tutti gli ufficiali di Polizia giudiziaria e i magistrati sono in grado di realizzarla. Non e’ normativamente prevista, mentre e’ prevista una valutazione generale dell’idoneita’ della misura cautelare”.

Cosi’ alla Dire Elena Biaggioni, penalista della rete di avvocate D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza, a proposito dell’efficacia delle misure cautelari volte a contenere il pericolo di reiterazione del reato nei casi di violenza di genere, che, in ordine di gravita’, solitamente sono “l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento alla persona offesa, gli arresti domiciliari e il carcere”.

È recente il caso di violazione di una misura cautelare da parte di un uomo agli arresti domiciliari, in attesa di giudizio per il reato di tentato omicidio nei confronti della moglie, che, dopo essere evaso, si e’ tolto la vita alla vigilia della prima udienza. Cosa, dunque, impedisce a un uomo che ha usato violenza nei confronti di una donna di reiterare il reato? E qual e’ l’efficacia della valutazione dell’idoneita’ della misura? Biaggioni sgombra il campo dalle banalizzazioni e risponde netta: “Non si puo’ pensare di risolvere il problema della violenza maschile sulle donne con la bacchetta magica. Non esiste un’unica soluzione, sono tante le cose che devono essere mosse contemporaneamente”.

No, quindi, alle visioni semplicistiche che eleggono il braccialetto elettronico a “panacea di tutti i mali”. È “uno strumento in piu’, che puo’ essere utile. Ma oltre al dispositivo, ci deve essere la tempestivita’”. Ci sono almeno due tipi di braccialetto elettronico: “Quello che segnala se la persona si allontana dall’area circoscritta per la misura cautelare e l’altro, che prevede un dispositivo per la donna e la avverte se lui si avvicina troppo. Ma il secondo non l’ho mai visto usare”. Cosa succede, pero’, dal punto di vista del controllo? “Succede che se lei viene avvertita dal dispositivo deve comunque chiamare la centrale della Polizia e ci deve essere qualcuno pronto ad intervenire”, precisa l’avvocata di D.i.Re.

Cosi’ come nei casi di “divieto di avvicinamento alla persona offesa, a valutare il rispetto del divieto e’ la donna che, in caso di violazione deve chiamare la Polizia. In quanti casi, pero’, si interviene prontamente?”.

Bene, comunque, la novita’ introdotta dal ‘Codice Rosso’ sul “reato di violazione del divieto di avvicinamento della persona offesa- chiarisce Biaggioni- perche’ cosi’ e’ piu’ facile che la Procura valuti l’aggravamento della misura cautelare. Ma non sono i nuovi reati e le misure cautelari la soluzione”. La scelta del giudice “viene fatta su una serie di considerazioni, ma tutte le misure sono astrattamente passibili di violazioni- sottolinea l’avvocata- Per questo, uno degli aspetti molto importanti, che spesso viene sottovalutato, e’ quello di ribadire e mantenere alta la guardia delle persone offese.

La valutazione del rischio viene fatta da alcune questure e commissariati nei casi di violenza di genere, ma dipende tantissimo dagli strumenti che hanno a disposizione. È una situazione a macchia di leopardo”. Biaggioni, poi, punta il dito sulla “tendenza a concentrarsi sulla misura cautelare, sul carcere, sui casi ad alto rischio, quelli in cui il centro antiviolenza dispone la tutela in strutture a indirizzo segreto o il trasferimento fuori regione.

Non bisogna focalizzarsi solo su questi casi per riconoscere la violenza- chiarisce- ma fare attenzione alla complessita’ del fenomeno. Carcere e arresti domiciliari tendenzialmente sono sufficienti, se e quando applicati, cosa non affatto scontata”, conclude l’avvocata.

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13 Settembre 2019
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