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Galeazzi in playlist, la colonna sonora dello sport italiano

giampiero galeazzi
Basta una parola, quel suo tono maggiore, e un vecchio filmato su YouTube, per mandare in stallo il presente: centinaia di migliaia di italiani ipnotizzati dal ricordo. Da Maradona agli Abbagnale, dal tennis a Oronzo Canà. Fino alle ultime tristi parole
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ROMA – Oggi si chiamano playlist. E di Giampiero Galeazzi ognuno c’ha la sua, spesso piantata nella memoria come una colonna sonora appena accennata. Un riverbero. Inneschi di dejavu. Basta una parola, quel suo tono maggiore, di sponda su un vecchio filmato conservato su YouTube, per mandare in stallo il presente: centinaia di migliaia di italiani ipnotizzati dal ricordo. Dov’erano, con chi, quando Galeazzi urlava gli Abbagnale al traguardo, o “neurocané” steso sulla terra rossa della Coppa Davis. Quell’odore, o il sapore, persino il calore delle persone allora vicine, che magari non ci sono più. Mentre lui, Galeazzi, c’è oggi più che mai, proprio perché se n’è andato.

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Rai rende omaggio a Giampiero Galeazzi con una programmazione dedicata

Un’esplosione incontrollata di madeleine proustiane. Perché per mestiere e predisposizione allo spettacolo Galeazzi non si è mai legato ad un solo sport, un unico evento. Galeazzi è stato ingordo. Ovunque, pervasivo, e per questo perfettamente pop. Spalmabile su due decenni di sport italiano. Dunque nel giorno della sua morte Galeazzi preme “play”. E mentre la retorica s’affanna a macinare la solita grammatica della commozione, ecco che lui rispunta nella nostra vita mentre rincorre l’Avvocato Agnelli e Giampiero Boniperti che lasciano lo stadio all’intervallo di Juventus-Roma (1983-84). Che nel sole di Firenze intervista Giancarlo Antognoni prima di Fiorentina-Juventus, aprile 1982. Che s’arrampica in tribuna a San Siro per far dire a Dino Viola che lui scommette “su un rigore per la Juve” che giocava altrove, nel pieno d’un Milan-Roma. C’era contemporaneità nel calcio, e tutti i brividi annessi.


E ancora: Galeazzi che intervista Vujadin Boskov con la Samp che ha praticamente vinto lo scudetto e glielo fa ripetere – “scudetto” – nella sua lingua. E ridono. O che parla con Roy Hodgson in inglese con l’accento di “un americano a Roma”. E ridono di nuovo. Pure l’allegria è ridondante nel lutto: “rideva sempre”, si dice. Ridevano sempre tutti, quelli che ci lasciano qui, a piangere. Galeazzi stesso confesserà in una malinconica intervista di fine carriera, che “a un certo punto ero come Baudo e Martellini messi insieme. Spettacolo e sport“. E che “in Rai tutto è consentito tranne il successo”. “M’hanno tolto il canottaggio due anni prima di andare in pensione. Un dispiacere enorme“.


E infatti nelle playlist di tutti – un bestseller – ci sono i fratelli Abbagnale, che per una vita avranno l’onore d’essere segnati dalle sua telecronache olimpiche. Ma c’è anche tutto lo spirito d’un tempo pirata, gli anni ’80, pieno di cose istintive, inventate lì per lì, geniali.

Galeazzi davanti a una porta di San Siro su cui è scritto a caratteri cubitali VIETATO L’ACCESSO e lui – toc toc – entra. Stanno contando i soldi dell’incasso di Inter-Juventus, 1984-85. “Non è una rapina” fa lui. Sul tavolo ci sono i contanti. Più di un miliardo in lire. O Galeazzi che alla mezzora del primo tempo di Fiorentina-Juventus (1982-83) va a sedersi in panchina vicino a Picchio De Sisti e prende a fare domande all’allenatore viola. Se lo fa un bordocampista, oggi, lo arrestano (ma altrettanto: se all’epoca usavi una parola come “bordocampista” ti ritiravano il tesserino).


C’è Galeazzi che mette il microfono davanti a un giovane Berlusconi, anno 1989, lo ascolta e poi riassume: “Parla già come sindaco di Milano?”. Galeazzi che va incontro a Beppe Furino a bordo campo mentre dagli spalti gli lanciano i frigoriferi. “Qui ci prendiamo delle pietre eh?”, dice Furino. “Questo è il nostro lavoro, tu in campo noi qua”, risponde.


C’è la festa scudetto dell’Inter di Giovanni Trapattoni, appena finita Inter-Napoli, con il tecnico nerazzurro che non può nulla: viene letteralmente placcato da Galeazzi e Bruno Pizzul. Lo tengono stretto, come due bodyguard. E si parlano addosso. Lo avessero alzato di peso per portarselo a casa nessuno avrebbe potuto farci niente. E poi c’è l’altra festa-scudetto, quella ancora più riprodotta: il primo scudetto del Napoli nello spogliatoio del San Paolo, lui fradicio di gavettone mentre Maradona ride e De Napoli si ubriaca.


Sempre a Napoli, l’intervista ai bagarini, prima del Napoli-Juve che poi passerà alla storia per la punizione più bella di sempre. “Come stanno le quote nel mercato diciamo non regolare?”, “Il biglietto l’ho pagato a 75.000 lire avevo paura che era falso. Invece mi hanno detto che è buono”. Galeazzi non era “altro” rispetto al mondo che raccontava. Lui c’era dentro fino al collo. Era aderente allo spettacolo. Spesso l’animava. Ancora Napoli-Juve: va incontro a Platini e gli chiede “Domanda storico cuturale, sai cos’è il Maschio Angioino?”. Risposta di Platini: “Maradona”. Un’altra volta tocca a Rummenigge, prima di Inter-Napoli a San Siro: Galeazzi li mette uno davanti all’altro nello spazio al coperto dove si faceva riscaldamento, e gli fa: “Ti presento Diego, fagli una domanda”.


A Ruud Gullit, appena dopo Milan-Napoli del 1988: “A noi della Rai ci danno 300 lire, io mi prendo l’orologio che ha vinto lei, è bello”. Queste cose ai giornalisti da “zona mista” di oggi andrebbero taciute. Induzione alla depressione professionale, per manifesta inferiorità ambientale. Galeazzi è anche Galeazzi che interpreta Galeazzi che intervista Oronzo Canà prima di Milan-Longobarda, nel film ‘L’allenatore nel pallone’. La risposta è celebre: “Al Barone gli ho bloccato le fasce laterali e gli ho chiuso la cabina di regìa. Non mi faccia dire altro, Galeazzi”.

E se pure non è lui che mette la sua parola nella storia dello sport, gli basta allungare un microfono. Tanto dall’altra parte c’è, tipo, Maradona illuminato da un San Paolo traboccante, che battezza Napoli-Milan, 1988, “la finale del mondo”. Galeazzi è il tennis, infine. È “bum bum Becker” e i pomeriggi davanti alla Coppa Davis, a urlare “Sì Paolo!” mentre Cané si lancia a parare in tuffo un passante di Wilander.

La playlist si blocca, come facevano i nastri delle cassette, quando non giravano più nel senso opportuno. Al netto della fragorosa – e un po’ scontata – marea d’affetto postumo che si riversa online, alla fine della carrellata Galeazzi va ricordato anche per le sue ultime parole, tristi: “M’hanno fatto veramente di tutto. Andavo tra la gente e sembravo l’apostolo. Ho pagato questo”.

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