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11 luglio fatato? Lo storico: “La vittoria di domenica è imparagonabile”

La partita a Teatro
Il ricercatore Alberto Guasco spiega alla Dire che il trionfo agli Europei è avvenuto "in un periodo particolare" ed è stato letto come "una vittoria sulle fatiche, le rinunce, su un tempo lungo, difficile e doloroso" della pandemia
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BOLOGNA – 11 luglio 1982-11 luglio 2021 (e allora c’era Sandro Pertini, ieri invece Sergio Mattarella…): già prima della finale, le due date hanno riempito di aspettative la già ‘carica’ partita degli azzurri di ieri sera a Wembley. E dunque: quella di ieri è davvero una vittoria degli azzurri che si può definire storica o che rifà la storia? Di certo, gli storici avranno parecchio materiale per le mani dopo questa edizione degli Europei di calcio chiusa appunto dalla vittoria degli azzurri del ct Mancini. Intanto, il giorno dopo, si può dire che -con buona grazia di corsi e ricorsi delle date- l’impresa della Nazionale più che storica appare soprattutto da non paragonare. Guai ad incasellare, insomma. Ma allo stesso tempo, il calcio si conferma “il romanzo d’una nazione”, dice Alberto Guasco (*), storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano, sviluppa in questa intervista alla ‘Dire’.

E spiega: “Distinguiamo. Anzitutto, durante questo tipo di tornei, i giornali sportivi producono una quantità alluvionale di paralleli -generalmente, campati per aria- con i mondiali o gli europei del passato. A seconda dell’epoca, si è paragonato il mondiale del 1994 a quello del 1982, quello del 2006 a quello del 1994. Quello del 1982, poi, torna fuori sempre, e con un’occasione ghiotta come quella della -data 11 luglio- era impossibile che non accadesse. Poi -riguardo all’aggettivazione- che vuol dire ‘vittoria storica’? Che non vincevamo un europeo dal 1968? Che abbiamo fatto la storia calcistica o che siamo degni di rientrarvi? Oppure che, ancora una volta, se lo si osserva bene, un torneo sportivo -concluso con la nostra vittoria- è in grado di fare da specchio alla storia che viviamo? Lo storico del futuro, che vorrà raccontare Euro 2021, non potrà ignorare il Covid, la Brexit, o il Black lives matter e via dicendo”.

La vittoria azzurra di ieri a quale altro grande risultato della storia della Nazionale assomiglia o si avvicina, e perché?

A nessuna, perché ogni vittoria e ogni contesto fanno storia a sé. Poi possiamo sempre inventarci tutti i paralleli che vogliamo”.
La conquista dell’Europeo di calcio ottenuta ieri sera è avvenuta in un periodo, un contesto, particolare e speciale: la pandemia da Covid e praticamente subito è stata anche ‘letta’ come una vittoria sulle fatiche, le rinunce… su un tempo ‘lungo’ difficile e doloroso. È una gioia vera per gli italiani, ma non c’è forse il rischio di cadere in equazioni un po’ troppo ‘immediate’, anche sull’onda di un certo legittimo entusiasmo, ma che poi innescano una ‘narrazione’ non del tutto aderente alla situazione presente? O detto in altri termini: in Italia è facile pensare che la storia del paese si intrecci a quella delle sue vittorie sportive calcistiche… e questa come si ‘incastra’? È inutile dire -come è stato fatto- ‘Lasciamo il calcio fuori dalla politica’, perché ne è sempre stato intriso e sempre lo sarà. Senza mettersi a elencare i casi, lo dice tutta la sua storia, e tutti i suoi intrecci con i poteri democratici o dittatoriali di questo mondo. Sarebbe lo stesso dire: ‘Lasciamo il calcio fuori dall’economia’, o ‘Lasciamo il calcio fuori dalla società’. Non si può, perché ne è lo specchio e anche l’epifania.

Questa nazionale, nata dopo un evento molto particolare, la mancata qualificazione ai Mondiali di Russia (e a suo modo ‘storico’), ha saputo incontrare le simpatie facendo un percorso lungo, costellato di record e di vittorie, con il crescendo finale delle ultime settimane… Eppure sembra di percepire che non è stato solo un fatto sportivo… C’era un progetto di squadra che sembra aver fatto breccia anche per altro e che oggi dunque rende ancora più gustoso il sapore della vittoria. Che cosa può essere o essere stato?

Qui entriamo nel campo dell’imponderabile. Oppure in quello delle mille ipotesi: può essere stata la scelta (fortuita? non fortuita?) di un commissario tecnico fortemente motivato e intenzionato a portare avanti un progetto pluriennale e non a breve scadenza; il suo carisma di giocatore prima di allenatore poi, capaci di imporsi su una squadra, di farsi seguire e di motivarla; il desiderio di riscatto -specie della vecchia guardia- dopo dieci anni di schiaffi internazionali; il gioco, brillante come non si vedeva da un pezzo; i carichi atletici ben dosati, e altro ancora. Ci sta dentro tutto, e forse altro ancora, in che percentuali lascio dire ad altri.

E la Brexit… È la ‘ciliegina sulla torta’ della storica uscita dell’Inghilterra dall’Ue, il suo simbolico compimento che verrà ricordato…?

La Brexit sarà uno dei punti di raccordo tra calcio e politica che lo storico del futuro si troverà ad esaminare, certo.

Corsi e ricorsi storici: Mancini che dice “si è chiuso un cerchio” iniziato con la finale di Coppa Campioni persa a Wembley dalla sua Sampdoria con il Barcellona… una storia nelle tante storie di questa avventura sportiva: c’è o ci sono più ‘lezioni’ che questa parabola (o anche altre) danno/dicono, che resteranno nel tempo e che torneranno fuori come fasti..?

Credo ci siano già. La coppa Campioni persa a Wembley nel 1992 con un gol di Rambo Koeman all’ultimo minuto dei supplementari fa parte della storia di un club, non della nazionale. Eppure, pur sempre il club in cui all’epoca militava Mancini. Il quale, lui solo, può sentirla come chiusura d’un cerchio. Oppure non lui solo, perché lo stesso potrebbe essere per Lombardo, e ancor più per Vialli -che però vinse la Champions quattro anni dopo, da juventino- e qui la lezione diventa invece quella d’una amicizia che dura, e che si rafforza nel mezzo d’una malattia. E potremmo trovare altre storie simboliche. -Spinazzola, il migliore che si infortuna; Pessina, che viene convocato e fa due gol decisivi; eccetera- per tutti i palati. Perché il calcio in fondo è questo, il romanzo d’una nazione.

*Alberto Guasco è storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano. Ha pubblicato, tra le altre, ricerche sul rapporto tra chiesa e fascismo e sul cardinal Martini. Attualmente ha in corso ricerche sulla figura di Giuseppe Toniolo e sul periodo di Tangentopoli. Collabora ad “Avvenire”, “Jesus” e Radio 3 Rai (“Uomini e profeti”). Insegna “Storia della Chiesa” alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna

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