Quando la scuola salva dalla strada: viaggio dentro al Parco verde di Caivano

La preside Carfora lotta ogni giorno per salvare i ragazzi da spaccio e criminalità
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CAIVANO (Napoli) – Il Parco verde di Caivano prende il nome dal colore di alcune palazzine. Verdi appunto. Un colore associato alla speranza che però, non appena varchi la soglia del “ghetto” alle porte di Napoli nord, sembra essere inesistente. Tra quei palazzi, a fare da guardia, ci sono i ragazzi alle prese con lo spaccio e gabbie con i pitbull. Nel bel mezzo del Parco verde c’è una scuola, l’istituto superiore Francesco Morano. Con tenacia e coraggio, la preside Eugenia Carfora da 11 anni lotta contro tutto e tutti per non lasciare i ragazzi senza speranza. Prima nella scuola media Viviani, sempre dentro al Parco Verde, poi alle superiori, la dirigente ogni giorno accoglie gli studenti come una madre farebbe con i propri figli: per offrirgli la possibilità di un futuro, per aprire la scuola dentro al “ghetto” anche ai ragazzi di altre zone, per strapparli dal vortice della droga e della prostituzione.

Due le sedi dell’istituto, una vicino all’altra. Da una parte gli indirizzi tecnici, dall’altra il professionale alberghiero. Edifici grigi fuori ma pieni di colori al loro interno. I tanti colori dei corridoi e delle aule illuminano gli occhi degli studenti, gli arredi delle aule e dei laboratori aiutano alunni e docenti a sentirsi in un luogo capace di accogliere. Un presidio di legalità, una salvezza per i ragazzi. Camminando per i corridoi colpiscono le grate e i lucchetti alle finestre e alle porte. Unico modo per evitare che ci siano incursioni, sopratutto di notte. Le finestre si affacciano nel cuore del parco verde, tra i palazzi, tra il degrado e la criminalità.

La preside e i docenti (che spesso vanno e vengono) lottano ogni giorno per dare opportunità concrete agli studenti: facendogli scoprire altre professioni possibili, insegnando loro le regole e il rispetto, aprendo i loro occhi e facendogli vivere esperienze in cui per la prima volta solo loro ad essere protagonisti. Si alzano tutti in piedi quando entra la preside in classe, li conosce tutti per nome i “suoi” ragazzi. Se non ne vede uno chiede: “non è venuto oggi?”. I ragazzi la rispettano. Molti di loro hanno sguardi segnati dalla vita ma il sorriso e la voglia di farcela: come una ragazza dai capelli corti che sogna di studiare all’università e di diventare ingegnere meccanico. La sua preside la tiene per mano mentre racconta, emozionata, i suoi bei voti a scuola e del giorno in cui è andata a Roma alla Luiss per un convegno. È lì che vorrebbe studiare. Fuori, mentre la preside è nel cortile, passa un ragazzo in motorino senza casco e le urla in napoletano: “Preside sei la più bella di tutti”. Lei si volta lo saluta chiamandolo per nome e poi voltandosi dice: “Te lo ricordi? Quando venne il ministro lui c’era, poi niente è uscito e non ce l’abbiamo fatta, lì è tornato”, indicando quei palazzi dove la speranza sparisce. Un territorio difficile, dove la cronaca ha superato la fantasia. Ma dove la scuola svolge un ruolo fondamentale, anche quando non riesce a salvarli tutti.

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