‘Bologna sulla rotta’: 800 chili di aiuti in partenza per la Bosnia

bologna sulla rotta
I volontari della piattaforma emiliana torneranno nella zona di confine dove i migranti restano bloccati, per portare loro farmaci, vestiti e telefoni con cui orientarsi nei boschi
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Di Pietro Tabarroni

BOLOGNA – C’è chi viene, a costo di enormi sacrifici e privazioni: i migranti che tentano il ‘game’ sulla rotta balcanica. E c’è chi va, per “risvegliare le coscienze”, testimoniando la sofferenza e tamponando le ferite come può: i volontari della piattaforma di ‘Bologna sulla rotta’ che da venerdì 21 maggio andranno, o meglio, torneranno nella zona del confine Bosnia-Croazia, dove erano già stati a marzo scorso. Solo che in occasione del primo viaggio non avevano potuto portare gli aiuti raccolti per dare una mano ai migranti e a chi, ‘sul campo’, prova ad assisterli mentre restano bloccati lungo il confine. E così da Bologna partiranno oltre 800 kg di aiuti. A marzo “siamo andati senza gli aiutiracconta Nico Ferioli, uno dei sei volontari partiti, durante una videoconferenza di venerdì scorso- a causa dell’emergenza sanitaria. Ma siamo comunque rimasti, per prendere contatto con le associazioni che lavorano nei centri diurni sul confine, come Emmaus Bosnia- associazioni che sono fondamentali perché ci indicano il tipo di aiuti da inviare”. E ora “vorremmo che la raccolta diventasse una buona abitudine bimestrale per la nostra città. Questi drammi avvengono a 800 chilometri da noi, non possiamo voltarci dall’altra parte”. L’idea che sostiene progetto di ‘Bologna sulla rotta’ è semplice: tramite i contatti con le associazioni presenti sulla rotta si selezionano gli aiuti da inviare.

Così, i volontari si sono resi conto che i profughi intrappolati fra Bosnia e Croazia hanno bisogno di farmaci, vestiti adatti al clima, e soprattutto telefoni, con cui orientarsi nei boschi. “Ed è fondamentale– precisa ancora Ferioli- che questi aiuti arrivino periodicamente“. Per questo apriranno cinque centri raccolta a Bologna, tre in centro (uno dentro le mura), uno a San Lazzaro e uno a Casalecchio. I primi cinque centri di raccolta dovrebbero poi moltiplicarsi: “Ci piacerebbe aprirli in luoghi che non siano solo sedi di associazioni o le parrocchie, realtà che sono state finora fondamentali, ma anche nelle pro-loco e nei centri sociali”. Già decise intanto le date della prossima ‘finestra’ di raccolta: 1-6 giugno. Prima, intanto, le auto cariche di ‘Bologna sulla rotta’ partiranno dirette verso luoghi come Bihac, nel cantone bosniaco di Una-Sana.

“A Una-Sana- spiega Lejila Smajic, di Emmaus Bosnia, anche lei intervenuta durante l’incontro online di venerdì- abbiamo aperto un nuovo centro diurno due mesi fa. I profughi ci vengono un paio di ore al giorno, si lavano e caricano il telefono, poi tornano negli squat”, luoghi di fortuna disseminati lungo il confine. “Sarebbe fondamentale– continua Smajic- mettere insieme una rete di associazioni, perché in Bosnia manca totalmente il coordinamento fra la base dei volontari e il Governo, che non riesce a gestire la situazione dei profughi, né a organizzare gli aiuti e l’assistenza. Il rischio più grande è rappresentato dalle proteste della cittadinanza locale. Ogni settimana abbiamo dei presidi fuori dai centri che gestiamo. Vogliono che ce ne andiamo, così da far sparire anche i profughi che aiutiamo”.

Peraltro di recente sono iniziati anche degli ‘interventi’ sugli squat. Racconta ancora Smajic: “A Bihac c’erano 800 profughi, ma quando siamo tornati qualche settimana fa ne abbiamo trovati solo 250. Ma chi non passa il confine, torna presto nella realtà degli squat“. Dove è avvenuto “il risveglio delle nostre coscienze” racconta Ferioli, ricordando la missione di marzo. “Invito tutti a fare un viaggio così– prosegue il volontario di ‘Bologna sulla rotta’- che non è certo turistico. Ci ha fatto riflettere su quanto siano fallimentari i confini“.

Ora, oltre a mandare avanti la raccolta di aiuti, “stiamo andando nelle scuole e stiamo organizzando formazione interna. Ci eravamo chiesti: che cosa possiamo fare? La risposta è stata: ‘quasi’ niente. Abbiamo messo insieme questo progetto indipendente, fatto da cittadini che ora sono suddivisi in gruppi operativi. Siamo partiti da quel ‘quasi'” e scoprendo, dice ancora Ferioli, che “ci si mette meno che andare in Bosnia che in Salento“.

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