Storia di Vera, scampata ad una coltellata dell’ex: “Ero sua schiava”

Lui l'aveva isolata dal mondo e non le permetteva di fare nulla. Il giorno prima dell'importante trapianto che le avrebbe salvato la vita, lui l'ha accoltellata nella notte tentando di ucciderla
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ROMA – Una cicatrice in pieno petto. È quello che resta di una notte di violenza sul corpo di Vera Elolen, nigeriana di 42 anni, sposata da 13 con Sergio Fredduzzi, quasi settantenne insegnante romano, che il 24 giugno scorso la colpisce con un coltello da cucina mentre sta dormendo nel loro letto, proprio alla vigilia di un trapianto tanto atteso. La donna, infatti, da dieci anni è affetta da una patologia cronica che la costringe a cure costanti tre volte a settimana, che però le permettono di vivere una vita regolare.

Nell’interrogatorio Fredduzzi, accusato di tentato omicidio, aveva “dichiarato di averlo fatto per uno stato di disperazione nel vederla in condizione di salute precaria”, ha raccontato il legale di Vera, Emanuele Fierimonte, intervistato dalla Dire.

L’11 settembre avrebbe avuto avere luogo la prima udienza del processo, per cui la difesa aveva chiesto il rito abbreviato, che avrebbe permesso all’uomo di ottenere uno sconto di pena. Non c’era pericolo che il capo d’imputazione venisse derubricato perché il tentato omicidio era “evidente dal referto medico dell’ospedale dove la donna è stata ricoverata in seguito all’aggressione e dai rilievi dei medici legali”, aveva sottolineato il legale.

Il caso è invece stato chiuso per estinzione del reato a causa del suicidio di Sergio Fredduzzi, avvenuto ieri mattina a Ciampino.

Aveva accoltellato la moglie, si suicida a Ciampino alla vigilia del processo

IL TENTATO FEMMINICIDIO, LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

Il 23 giugno Fredduzzi riceve una telefonata dall’ospedale. È arrivato il giorno tanto atteso da Vera, che dopo il trapianto sa che potrà cominciare una nuova vita. “Lui mi ha detto di andare a mangiare e dormire presto- racconta alla Dire Vera, che parla poco l’italiano e si esprime in inglese e nella sua lingua madre-. Durante la notte mi sono alzata. Tornando a letto, mentre provavo a riaddormentarmi, lo sento urlare ‘Ti devo ammazzare’ e comincia a stringermi la gola. ‘Ma cosa ho fatto?’, gli ho chiesto. E lui: ‘Non voglio che vai a fare quell’operazione’. E con un coltello da cucina mi ha colpita”.

Ho finto di essere morta per ore, mentre il mio corpo e le lenzuola si ricoprivano di sangue- continua Vera, che approfitta poi di un momento di distrazione dell’uomo per spingerlo e scappare via-. Sono andata da una vicina con il coltello in mano“. In pochi minuti il terzo piano della palazzina di viale della Primavera, dove abitano i Fredduzzi, a Centocelle, si illumina a giorno. Vera viene soccorsa dall’ambulanza, l’uomo, ora in attesa di giudizio ai domiciliari, è scortato dalla Polizia al Regina Coeli per l’interrogatorio di garanzia. La nuova vita di Vera comincia ancora prima del trapianto.

FINE DI UN INCUBO: “MI AVEVA ISOLATO, ERO LA SUA SCHIAVA”

Per la donna, infatti, l’allontanamento del marito è la fine di un incubo. “Era cattivo con me, non mi trattava da moglie ma come una schiava: lui era il padrone“, ricorda Vera, gli occhi bagnati dalle lacrime. Beve un sorso d’acqua, poi riprende: “Ogni volta che volevo fare qualcosa mi diceva di no. Anche se non mi picchiava era molto aggressivo, mi rivolgeva parole bruttissime che mi hanno fatto spesso pensare al motivo per cui l’avevo sposato”.

Isolata dal mondo, Vera esce solo per frequentare la chiesa pentecostale di Torre Angela, “dove arrivavo con l’autobus perché quando gli chiedevo di accompagnarmi mi diceva sempre di no”. Nonostante la malattia “non sapevo chi fosse il mio medico di base e dove fosse il suo studio, si occupava di tutto lui, anche di sentire i dottori. All’inizio mi dava i soldi per andare dalla parrucchiera, per fare le treccine ai capelli o per comprarmi i vestiti, poi ha smesso e quando glieli chiedevo mi diceva: ‘Dopo, dopo, dopo’”. Per 13 anni lontana dalla Nigeria e dalla famiglia per volontà del marito, la donna non poteva nemmeno incontrare l’unico fratello che viveva a Roma. “L’ho rivisto dopo l’aggressione, sono passati anni”. Ora Vera, che continua ad abitare nell’appartamento di viale della Primavera, riesce a vivere grazie a una piccolissima pensione e all’aiuto di familiari e amici. Si dice serena: “Quando stavo con lui ero sempre triste e pensierosa, piangevo dentro. Adesso mi sento tranquilla- confessa sorridendo- in pace e senza pensieri”.

LA MEDIATRICE: “L’HO AIUTATA A ESSERE CONSAPEVOLE DELLA VIOLENZA SUBITA”

Ad aiutare Vera dal giorno dopo l’aggressione Bridget Ohabuche, mediatrice culturale e attivista per i diritti delle donne, fondatrice del collettivo Invisibili: “Ho conosciuto la signora Vera in ospedale e sono subito rimasta colpita dal fatto che chiamava suo marito ‘Amore’, nonostante quello che le aveva fatto- racconta-. L’ho accompagnata dal dottore, sono stata sempre con lei, le parlavo, l’ho aiutata ad aprirsi. Ho cercato di chiamare le operatrici del centro antiviolenza, ma Vera non ha voluto iniziare un percorso, per cui ho avuto il ruolo di aiutarla ad essere consapevole della situazione, sarà un processo lungo. Ora aspettiamo il trapianto, poi vediamo se riuscirà a trovare un lavoro e se vorrà iniziare un percorso di uscita dalla violenza. Deve decidere lei”.

 

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