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La depressione non è debolezza o mancanza di volontà, è una malattia: i dati dell’ISS

Tra gli adulti, i sintomi depressivi arrivano all’8% fra le donne, all’11% tra le persone che hanno un basso livello di istruzione, al 17% tra chi riporta difficoltà economiche e al 9% tra chi vive una condizione precaria in ambito lavorativo

Pubblicato:06-10-2023 13:39
Ultimo aggiornamento:06-10-2023 15:41
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ROMA – Dai dati delle sorveglianze PASSI e PASSI d’Argento (PdA) coordinate dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e raccolti nel biennio 2021-2022, emerge che circa il 6% della popolazione adulta riferisce sintomi depressivi che però sono più frequenti all’aumentare dell’età e tra chi vive in condizioni socio-economiche svantaggiate. Tra gli anziani la stima è del 9% ma arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche. È quanto emerge da un’analisi dei dati fatta in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale (10 ottobre), occasione che rappresenta un’opportunità per sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere la consapevolezza riguardo alle questioni legate alla salute mentale in tutto il mondo.

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PASSI e PdA raccolgono in continuo informazioni sulla popolazione adulta (18-69) e anziana (65+) circa molteplici aspetti come salute, qualità di vita e fattori di rischio comportamentali e attraverso interviste telefoniche indagano molteplici aspetti che riguardano anche i bisogni di cura e assistenza. Entrambe le sorveglianze definiscono le persone con sintomi di depressione coloro che nelle due settimane precedenti l’intervista hanno sperimentato sintomi di umore depresso e/o di anedonia (perdita di interesse nelle attività della vita di tutti i giorni) in modo duraturo. In entrambe le popolazioni, avere sintomi depressivi è maggiormente frequente tra i gruppi più vulnerabili per condizioni di salute e tra chi riporta uno svantaggio socio-economico. Tra gli adulti, i sintomi depressivi arrivano all’8% fra le donne, all’11% tra le persone che hanno un basso livello di istruzione, al 17% tra chi riporta difficoltà economiche e al 9% tra chi vive una condizione precaria in ambito lavorativo. Tra le persone affette da patologia cronica la stima raggiunge il 12%.

Tra gli over 65enni i sintomi depressivi raggiungono il 14% dopo gli 85 anni e il 19% tra chi riferisce due o più patologie croniche. Una discreta quota di persone con sintomi depressivi non chiede aiuto: 28% tra gli adulti e 38% tra gli anziani, e chi lo fa si rivolge soprattutto ai propri familiari o amici. È cruciale abbattere lo stigma che circonda la depressione e altre malattie mentali. La consapevolezza pubblica e l’istruzione sono fondamentali per far sì che le persone capiscano che la depressione è una malattia reale, non una debolezza o una mancanza di volontà. È essenziale creare un ambiente in cui le persone si sentano sicure e confortevoli nel chiedere aiuto, sia esso ai familiari, agli amici o ai professionisti della salute mentale.

La pandemia di COVID-19 ha segnato mediamente un aumento della quota di adulti con sintomi depressivi, in particolare nel corso del 2020 nelle Regioni del Nord; alla fine del 2020 e nel corso del 2021 ci sono stati segnali di ripresa che continuano nel 2022 durante il quale si sono registrati, in alcune realtà regionali, valori pre-pandemia. Per quanto riguarda invece la popolazione aziana, la stima è rimasta sostanzialmente stabile nei tre anni precedenti la pandemia ma emerge una riduzione significativa durante il periodo pandemico. Il dato rimane stabile nel 2022. Questa riduzione si osserva in diversi sottogruppi della popolazione, anche in quelli a maggior prevalenza di sintomi depressivi. Non si può escludere che questa riduzione sia determinata dall’eccesso di mortalità per COVID-19 che, nel nostro Paese, ha colpito le persone più anziane e vulnerabili per cronicità e/o disabilità, condizioni fortemente associate alla presenza di sintomi depressivi che si sono ridotte significativamente nel periodo pandemico. Sarà importante monitorare nel tempo questi aspetti congiuntamente per capire se si tratti di oscillazioni casuali, o se invece trovino una spiegazione nel picco di mortalità per COVID-19 fra gli anziani. Entrambe le sorveglianze, durante la pandemia, hanno indagato anche lo stato emotivo nei confronti della specifica situazione con una domanda sul “pensiero intrusivo” (ovvero il pensiero ricorrente e doloroso legato all’esperienza vissuta durante l’emergenza sanitaria da COVID-19) e con una che verteva sulla manifestazione di preoccupazione. Sebbene queste domande non siano strumenti di valutazione psicologica, possono fornire indicazioni importanti sulla presenza di stress psicologico legato a un’esperienza “traumatica” diretta connessa al COVID-19.

Nel 2020-2021, quando ancora c’era un’ampia circolazione del virus, circa due terzi delle persone (60% degli adulti e 67% degli anziani) riferivano di sentirsi preoccupati per la pandemia, e circa un terzo di pensare in modo doloroso a questa esperienza. In entrambi in gruppi, la percentuale è fortemente diminuita nel 2022 senza però azzerarsi, nonostante la vaccinazione anti COVID-19 abbia fortemente ridotto la gravità della malattia, confermando come gli effetti di questa esperienza sul benessere mentale possano durare ancora a lungo.


La salute mentale rimane una componente fondamentale per la salute delle persone e per realizzarsi pienamente come persona e poter contribuire alla vita della comunità. La salute percepita risulta infatti fortemente associata alla presenza di sintomi depressivi: fra le persone anziane con sintomi depressivi il 40% riferisce la propria salute vada male o molto male, contro il 5% di chi non li ha. Nella popolazione adulta, che mediamente riferisce un miglior stato di salute, la differenza rimane ugualmente molto significativa: chi ha sintomi depressivi riferisce nel 24% dei casi un cattivo stato di salute, mentre questa percentuale si riduce a circa il 2% fra chi non li ha.


Determinanti di salute, come il livello di istruzione e la condizione socioeconomica, sono dei fattori di rischio riconosciuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e che trovano conferma anche nei dati di PASSI e PASSI d’Argento. È essenziale intervenire con misure preventive e interventi tempestivi nei gruppi più vulnerabili al fine di migliorare il benessere mentale della popolazione. Queste azioni non riguardano solo il campo sanitario ma richiedono un approccio integrato che coinvolge le politiche del lavoro, dell’istruzione, del welfare e della giustizia, insieme a tutte le sfere delle politiche sociali in generale. Investire in interventi sulla salute mentale è fondamentale per contribuire sviluppo umano, personale e collettivo. La nostra costituzione difende il diritto alla salute, e la salute mentale non può rimanerne esclusa.

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