VIDEO | Donne in viaggio, un incontro alla Dire racconta

Incontro 'Gender Migration: la specificità di genere nel contesto migratorio' nella sede dell'Agenzia Dire
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ROMA – Chi sono le persone immigrate in Italia? Sono soprattutto donne, e la maggior parte di loro vengono dall’Europa. A ricordare il dato, che appare in controtendenza con alcune rappresentazioni mediatiche del fenomeno, è stato Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi Idos, a Roma durante il corso di formazione per giornalisti ‘Gender Migration- la specificità di genere in contesto migratorio’ che si è svolto nella sede della Dire.

“In Italia abbiamo una popolazione straniera di 5 milioni e 200mila persone e l’Istat rileva che poco piu’ della meta’ di queste, oltre 2 milioni e 600mila, sono donne”, ha dichiarato Di Sciullo.

“Il 58,7% del totale degli immigrati sono europei, più di un milione e mezzo sono comunitari, e la maggiore collettività è quella romena, seguita da quella dei polacchi e dei bulgari. Nel caso delle donne, il 60% sono europee: oltre 1 milione e mezzo”.

L’incontro nasce da un’iniziativa dell’ong Vis- Volontariato internazionale per lo Sviluppo: “I migranti non sono numeri, ma innanzitutto persone– osserva Ilaria Nava, responsabile della comunicazione- Eppure anche i numeri, da soli, dicono tanto, e i nostri relatori hanno smentito molti luoghi comuni”.

Tra questi, quello delle donne immigrate rappresentate come vittime o deboli: “Le donne che migrano non sono poverette, non sono donne deboli. Chi intraprende questo viaggio, chi fa questo cambiamento così importante nella propria vita deve essere forte” ha detto Celina Frondizi, avvocata di origine argentina impegnata all’interno del centro antiviolenza ‘Ananke’ di Pescara. Nella panoramica tracciata dalla legale per descrivere la condizione delle donne migranti, tante sono quelle che vivono in condizioni molto difficili, ma contemporaneamente emergono i numeri sulla forte vitalità dell’imprenditoria femminile straniera: “A giugno 2018 in Italia esistevano 143mila imprese registrate guidate da donne migranti: in un anno sono aumentate del 3,7 per cento”.

Dopo aver illustrato dati e storie sulle donne migranti in Italia, i relatori hanno affrontato la situazione femminile nei Paesi di provenienza dei flussi. A parlarne, tra gli altri, Antonio Labanca di Missioni Don Bosco e Cecilia Pani, responsabile per Comunità di Sant’Egidio del progetto dei ‘Corridoi Umanitari’ che ha fornito vie di accesso legali e sicure verso l’Europa a 2500 rifugiati e rifugiate: “Il 70% di loro sono donne- ha sottolineato Pani in un’intervista-C’è bisogno di una protezione ulteriore. Le agenzie internazionali, l’Onu in particolare evidenziano i casi di donne a rischio: donne con particolari problemi o perché sono genitori soli, o perché hanno subito abusi. Vengono segnalate come bisognose di protezione speciale, ma non sempre raggiungono prima di altri i canali di trasferimento, come il resettlement o ricollocamento”. Il corso nasce nasce all’interno di un progetto del Fondo asilo migrazione e integrazione sui Corridoi umanitari, in partenariato con altri enti, di cui è capofila la comunità Papa Giovanni XXIII.

Le donne straniere in Italia fanno meno figli: “Prendono per modello la nostra società”

“Nel passaggio da una generazione all’altra, ogni donna fertile dovrebbe avere 2,1 figli in media affinché il Paese non perda la sua popolazione: attualmente le donne italiane hanno 1,27 figli a testa, quindi non garantiscono il ricambio generazionale da sole. Fino a qualche anno fa la componente immigrata raggiungeva questo tasso di 2,1 o lo superava, dando una grossa mano all’andamento demografico, ma anche qui la natalità sta calando: oggi le donne straniere in Italia hanno in media meno di 2,1 figli“, spiega Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche Idos.

“Il tasso di fertilità delle donne straniere è in calo” ha spiegato lo studioso. “Su questo pesano vari fattori, tra cui l’assunzione di modelli delle società di accoglimento da parte delle migranti“. Secondo Di Sciullo, “in Italia abbiamo una popolazione straniera di 5 milioni e 200mila persone e l’Istat rileva che poco più della metà di queste persone, oltre 2 milioni e 600mila, sono donne”.

“IL 70% DEI BENEFICIARI DEI CORRIDOI UMANITARI SONO DONNE”

“Tra le persone che abbiamo portato in Italia con i corridoi umanitari, le donne, che fanno parte di nuclei familiari monoparentali, sono il 70%: sono donne che hanno passato spesso un periodo di detenzione nella loro patria, per problemi di guerra o di regimi dittatoriali, ma anche periodi di detenzione durante il viaggio, che sappiamo essere costellato da bande criminali che lucrano su questi passaggi, quindi rapiscono queste persone, le tengono in ostaggio, chiedono il riscatto ai familiari”. Così Cecilia Pani racconta le donne beneficiarie del progetto dei ‘Corridoi umanitari’, che coordina per la Comunità di Sant’Egidio.

 

Pani interviene durante l’incontro ‘Gender Migration- la specificità di genere nel contesto migratorio’ organizzato nella sede dell’agenzia Dire. Il progetto dei corridoi umanitari attivo dal 2016, ha già portato in Europa circa 2500 rifugiati provenienti da diversi Paesi dell’Asia occidentale e dell’Africa orientale, attraverso canali legali e sicuri. I loro Paesi di provenienza sono Siria, Iraq, Eritrea, Somalia, Sud Sudan e Yemen. “C’è bisogno di una protezione ulteriore- afferma Pani- le agenzie internazionali, l’Onu in particolare evidenziano i casi di donne a rischio: donne con particolari problemi o perché sono genitori soli, o perché hanno subito abusi. Vengono segnalate come bisognose di ulteriore protezione, non sempre raggiungono prima di altri i canali di trasferimento, come il resettlement o ricollocamento”. I corridoi umanitari, attivi in Italia grazie a un accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, sono interamente finanziati dalle realtà promotrici: oltre a Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e la Tavola Valdese.

“LE DONNE IN VIAGGIO SONO FORTI, NON POVERETTE”

“Le donne che migrano non sono poverette, non sono donne deboli: chi intraprende questo viaggio, chi fa questo cambiamento così forte nella propria vita deve essere forte”. Così Celinaa Frondizi, avvocata di origine argentina attiva presso il centro antiviolenza ‘Ananke’ di Pescara. Nella panoramica che Frondizi traccia per descrivere la condizione delle donne migranti, tante sono quelle che vivono in condizioni molto difficili, ma emerge “una buona notizia”. “A giugno 2018 in Italia esistevano 143mila imprese registrate guidate da donne migranti: in un anno sono aumentate del 3,7 per cento” afferma l’avvocata, citando dati Unioncamere. “La gran parte di queste aziende ha meno di dieci anni di vita, dal 2010 ne sono nate oltre 98mila – prosegue – Si tratta di una comunità imprenditoriale giovane anche per la maggior presenza di donne che hanno meno di 35 anni e che sono  alla guida del 19,4% delle imprese femminili straniere”. Le immigrate che guidano aziende sono soprattutto cinesi, romene e marocchine, e incidono in particolare sui settori della sanità e dell’assistenza sociale (62,2%), sui servizi alla persona (57,3%), sull’istruzione (50,9%). In termini assoluti, il commercio resta l’ambito che vede la presenza di imprese femminili più consistente (33,6%), seguito da servizi di alloggio e ristorazione (12,4%) e manifatture (11%).
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6 Giugno 2019
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