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Il segretario dell’Unione delle comunità islamiche in Italia: “Mai più altre Saman”

saman abbas
Yassine Baradai è anche presidente della Comunità islamica di Piacenza. Dopo il caso della ragazza scomparsa ricorda: "Nessuna donna può essere costretta a sposarsi senza il suo consenso"
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ROMA – “Secondo l’islam, la donna è pari all’uomo per diritti e posizione giuridica e il matrimonio combinato è illegale. Non ci sono dubbi sulla veridicità di questi fatti perché poggiano su principi basilari che noi continueremo sempre a sostenere con ogni sforzo”. Lo ha dichiarato all’agenzia Dire Yassine Baradai, presidente della Comunità islamica di Piacenza nonché segretario nazionale dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), punto di riferimento per i musulmani, che nel nostro Paese sono oltre un milione e mezzo. L’organismo ha emesso una “fatwa”, ossia un parere religioso, “sull’illiceità dei matrimoni forzati nell’islam”, in seguito alla presunta uccisione di una ragazza di 18 anni, Saman Abbas, per mano dei familiari, che secondo la ricostruzione dei Pm l’avrebbero punita per non aver accettato le nozze combinate con un cugino in Pakistan.

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“Fatti del genere sono inaccettabili, anche se fortunatamente rari, ma devono farci riflettere” commenta Baradai, che aggiunge: “I musulmani che decidono di vivere in Italia, a prescindere dal Paese da cui provengono, devono adeguarsi alle leggi italiane ed europee, ecco perché abbiamo emesso questa fatwa: vogliamo aumentare gli sforzi affinché vicende del genere, seppur fortunatamente rare, non si ripetano”.

Ma che cos’è una fatwa e come funziona? “Premetto subito che la fatwa non è né una condanna, né tanto meno una condanna a morte come erroneamente ritenuto da alcuni” risponde Baradai. “Si tratta di un parere giuridico”. E se un musulmano decide di non osservarlo, “deve appellarsi a una fatwa che autorizza il comportamento opposto, ma non è scontato che esista” dice il responsabile Ucoii, “perché una fatwa, per essere valida, deve motivare quel parere con citazioni e argomenti validi”. La fatwa emessa da Ucoii ne è un esempio: tanti i versetti coranici citati per dimostrare che il matrimonio è una scelta libera della donna, così come passi degli “hadith”, ossia discorsi e pareri espressi in vita dal profeta Mohammad e tramandati nei secoli dai suoi seguaci. Tra questi, se ne riporta uno in cui il Profeta ha detto “nessuna donna può essere costretta a sposarsi senza il suo consenso”, mentre in un altro si sostiene che, in seguito alla denuncia di una giovane obbligata dal padre, Mohammad annullò il legame. La fatwa emessa da Ucoii cita anche un parere del Consiglio europeo della fatwa e della ricerca, con sede nel Regno Unito: “E’ un organismo europeo composto da sapienti di altissimo livello e da tante correnti e scuole giuridiche islamiche” spiega il segretario, “però ha validità ‘geografica’: le fatwe si emettono in base ai contesti. Ad esempio, in Europa esiste la fatwa che autorizza l’accesso al mutuo, in particolare per la prima casa, che altrimenti è vietato perché l’islam vieta i prestiti a cui si applicano gli interessi. Ce n’è poi un’altra che autorizza il consumo di carne non macellata secondo i precetti coranici”, che vanno in contrasto con le norme igienico-sanitarie europee. Secondo Baradai, “sono fatwe basate su principi di necessità”.

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Parallelamente, in Europa non valgono disposizioni presenti nei Paesi dove invece si applicano versioni più rigide dell’islam, come ad esempio l’Arabia Saudita, dove le donne per legge non possono avere accesso a tanti diritti civili, giuridici ed economici in assenza del “consenso” dato dal “tutore maschio”: “Noi non lo condividiamo assolutamente” replica Baradai, “perché la donna è pari all’uomo”.

Per facilitare allora il dialogo e una coesistenza serena, Ucoii realizza numerose attività su tutto il territorio nazionale: “Collaboriamo con l’Associazione delle donne musulmane per promuovere i diritti e la parità delle donne”. In quest’ottica, sottolinea Baradai, “incontriamo anche i migranti musulmani di primo arrivo per condividere questo spirito, sapendo che giungono da contesti molto diversi”. Il lavoro all’interno delle comunità di musulmani secondo il segretario è fondamentale: “Forniamo anche formazione agli imam, ossia le guide religiose, e attraverso di loro forniamo ad esempio servizi nelle carceri grazie a un protocollo siglato col ministero della Giustizia”. Tale progetto punta a “contrastare il radicalismo nelle carceri, sappiamo che il fenomeno esiste”. Ci sono poi gli incontri coi fedeli: “Agiamo in ogni modo affinché la voce arrivi a chi non vuole integrarsi, per far capire che sussistono dei rischi penali per certi comportamenti e, soprattutto, che esiste un mondo diverso da quello da cui provengono, e che certe loro idee non hanno a che fare con la religione”. Dopo quanto avvenuto in Italia, Ucoii prevede un confronto diretto con esponenti religiosi del Pakistan? “Il dialogo con altre realtà è sempre benvenuto però teniamo ad educare le nostre comunità” risponde Baradai. “Noi continuiamo a fare la nostra parte, ma c’è bisogno del sostegno di tutti: non ci possiamo permettere altre storie come quella di Saman”. 

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