Maternità, l’esperta: “Dalla cultura diktat su come essere una brava madre”

Barducci: "Si tratta di violenza, con i dovuti limiti ciascuna decida come esserlo"
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ROMA – “Nessuno sostiene che ai bambini vada subito dato latte artificiale. L’allattamento al seno difatti e’ importantissimo per la cura dei neonati, ma non possono sfuggire i diktat” che la societa’ impone in materia alle donne. A parlarne e’ Maria Cristina Barducci, psicanalista junghiana dell’Associazione italiana di psicoanalisi (Aipa), da sempre attenta a tematiche relative all’identita’ femminile. “Dai protocolli e dalle linee guida emergono una serie di consigli per i quali una donna e’ una brava mamma se tiene il bimbo nel lettone, se gli da’ il latte ogni due ore o comunque a richiesta, se non lo fa piangere e prolunga l’allattamento al seno possibilmente fino a un anno, a prescindere dalle diverse realta’ familiari e individuali. Presentati come indicazioni queste modalita’ di accudimento diventano imposizioni un pochino devianti e invasive. È vero che esiste la liberta’ di scegliere e che queste indicazioni si possono seguire o meno”, ma il problema e’ che “quando le donne scelgono di non seguirle vengono considerate cattive madri e si sentono tali“. Alcune pazienti in trattamento con la psicoanalista, infatti, “giovani donne che hanno partorito felicemente, con mariti adeguati, in situazioni quindi di assoluta serenita’”, le hanno spesso sottolineato “l’essersi trovate a sottostare a diktat folli. Al punto che alcune mi hanno detto ‘Dottoressa io non ce la faccio ad alzarmi ogni due ore'”.

LA POSSIBILITA’ DI SCEGLIERE LIBERAMENTE

Secondo l’esperta, dunque, questa modalita’ parte senza dubbio “da buone intenzione, ma si sa che anche l’inferno e’ lastricato di buone intenzioni. Il fulcro della questione e’ che ciascuna donna deve poter decidere – nei limiti della non follia – come fare la madre”, perche’ imporgli come dovrebbe farlo per Barducci “e’ ancora una volta una violenza”. La violenza psicologica su cui pone l’accento la psicanalista, infatti, “e’ una violenza di base, che dal punto di vista psicologico ha strutturato un mondo, una cultura, in cui le donne erano soggetti minoritari”. E ancora adesso, “malgrado si laureino e ci siano per fortuna le pari opportunita’, rimangono ancora soggetti a rischio”. Il problema relativo ai minori, poi, e’ spesso sottovalutato. In questo momento di convivenza forzata “i bambini sono in casa, quei pochi spazi quando il maltrattante andava al lavoro non ci sono piu’- ricorda l’esperta- ed e’ un continuo acuirsi di tensioni”. Cosi’ i piccoli “respirano ancor di piu’ un’atmosfera di tensione fortissima e di instabilita’, che sta andando alle stelle”, e questo si ripercuote pesantemente su di loro, “gli fa malissimo”, sottolinea l’esperta. Sia l’ansia materna che il respirare una potenziale violenza psicologica del padre, “crea dentro i piu’ piccoli delle insicurezze e delle confusioni emotive molto forti- conclude- che generano danni spaventosi perche’ il non detto e’ potente quanto cio’ che e’ esplicito“.

 

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4 Maggio 2020
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