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La città siriana di Daraa sotto assedio dell’esercito: migliaia pronti a fuggire

freedom 4 daraa
L'attivista Mazin Albalkhi: "Già 41 persone sono morte e la gente non ha più cibo, acqua e medicine"
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ROMA – “Da 71 giorni gli oltre 50.000 abitanti di Daraa Al-Balad sono sotto l’assedio dell’esercito siriano e delle milizie iraniane: 41 persone sono morte, e la gente non ha più cibo, acqua potabile né accesso a cure e medicine. Ora l’intera popolazione sarebbe pronta ad accettare la proposta di Damasco di partire verso la Turchia e la Giordania: la gente così, vuole fare pressione sull’Europa, vuole accendere i riflettori su Daraa”. Mazin Albalkhi è membro della campagna Freedom for Daraa e all’agenzia Dire descrive la situazione nella città siriana da cui nel 2011 partì la scintilla che infiammò le proteste popolari contro il regime del presidente Bashar Al-Assad.


In queste ore, però, a preoccupare la popolazione non sono tanto le bombe quanto l’esito dei colloqui in corso tra le autorità locali e il governo di Damasco. Dopo settimane di bombardamenti e blocchi alle vie d’uscita dalla città, il Consiglio centrale di Daraa due giorni fa è riuscito a raggiungere un accordo con il governo: il via libera alla creazione di quattro posti di blocco in cambio della fine dell’assedio. Ieri le truppe entrate in città hanno però cancellato quell’intesa: “Ora chiedono ben dodici posti di blocco e la consegna di tutte le armi presenti in città” denuncia l’attivista. “Questo vuol dire che intendono dividere la città in tanti distretti e, come hanno fatto in altre località siriane in questi anni, questo gli permetterà di arrestare o di uccidere le persone più facilmente”.


Albakhi riferisce che le autorità di Damasco starebbero chiedendo anche di deportare medici, infermieri, avvocati, insegnanti ed ex combattenti verso il nord. “Vogliono privare la città dei suoi leader sociali – accusa l’attivista – e le autorità sembrano disposte a garantire al resto della popolazione corridoi sicuri verso Turchia e Giordania. La gente ha accettato, non vuole restare sola e indifesa”.

Ma perché a Daraa, cittadina a un centinaio di chilometri a sud di Damasco, è scoppiata questa crisi? “I cittadini si sono rifiutati di partecipare alle elezioni presidenziali del maggio scorso e hanno organizzato proteste per denunciare al mondo che era un voto-farsa – spiega Albalkhi – Al-Assad nel 2011 ha ordinato al suo esercito di reprimere le manifestazioni anti-governative, ha bombardato per anni il Paese, uccidendo migliaia di persone. I profughi all’estero sono milioni, l’economia distrutta, chi avrebbe potuto votarlo?”.

Secondo l’attivista, l’attuale capo di Stato siriano avrebbe usato le elezioni per “auto-riconfermarsi al potere per altri sette anni per dimostrare alla comunità internazionale di avere il controllo del Paese, ma Daraa ha svelato l’inganno”. Il 25 giugno le truppe della Quarta divisione dell’esercito, quella comandata dal generale Maher Al-Assad, il fratello del presidente, e sostenuta dalle milizie sciite iraniane, libanesi e afghane, hanno blindato la città, e dopo un mese sono iniziati i bombardamenti.


Il ruolo di Daraa però non è solo simbolico: “Chi controlla Daraa può condizionare anche Israele e Arabia Saudita, fino allo Yemen” dice Albalkhi, ricordando che questi rappresentano dei Paesi chiave per la politica estera iraniana: “Teheran vorrebbe sfruttare Daraa come base per bombardare Israele, mentre la prossimità del confine con la Giordania permetterebbe di esercitare pressioni su Riad e quindi sul conflitto in corso in Yemen”, dove l’Iran sostiene le milizie ribelli in chiave anti-saudita.

Albalkhi prosegue: “In queste ore il Consiglio centrale di Daraa sembra intenzionato a rifiutare le nuove condizioni poste da Damasco mentre la gente sarebbe disposta ad andare via, accettando i corridoi verso la Turchia e la Giordania. Questi Paesi – ricorda l’attivista- già accolgono migliaia di rifugiati e soprattutto la Turchia lamenterà il problema con l’Ue. La gente di Daraa insomma vuole attirare l’attenzione dell’Europa”. D’altronde nei giorni scorsi non solo l’Unione europea, ma anche Stati Uniti e Regno Unito hanno ufficialmente fatto appello al cessate il fuoco e chiesto corridoi umanitari per la popolazione, ma non basta. “Anche Francia, Germania e Italia devono fare qualcosa per scongiurare questa crisi”, conclude Albalkhi.

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