VIDEO | Sudan, un anno fa la strage a Khartoum, il premier: “Faremo giustizia”

Il Covid ha annullato i cortei commemorativi. Intanto Abdalla Hamdok in un video social ha ribadito che "i responsabili saranno processati"
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ROMA – “Il 3 giugno è una data molto triste per tutto il popolo del Sudan”. Con queste parole il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok è intervenuto stamani in occasione dell’anniversario dal massacro avvenuto a Khartoum un anno fa: oltre cento manifestanti furono uccisi dall’intervento delle forze di sicurezza, che sgomberarono con violenza un sit-in pacifico di fronte al quartier generale dell’esercito.

UN ANNO FA IL MASSACRO DEI MANIFESTANTI DI KHARTOUM

In un video di otto minuti condiviso sul proprio profilo social, Hamdok ha continuato facendo appello alla necessità di “fare giustizia”, definendolo “un passo da cui non è possibile tornare indietro”. Quindi l’annuncio: “Siamo in attesa dei risultati dell’inchiesta del Comitato indipendente e i responsabili saranno sottoposti a giusto processo”. Il primo ministro ha invocato anche i risarcimenti per i parenti delle vittime. “La verità- ha detto Hamdok- servirà a consolidare la democrazia e promuovere il progresso di questo Paese, in unità col movimento rivoluzionario”.

Secondo i difensori dei diritti umani, alle uccisioni del 3 giugno 2019 parteciparono anche le Forze di supporto rapido, un gruppo paramilitare noto per le brutalità commesse contro i civili. Decine di corpi furono gettati nel fiume, che li restituì nei giorni successivi suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica in Sudan e all’estero.

FILO SPINATO CONTRO GLI ASSEMBRAMENTI 

Nonostante la presa di posizione delle istituzioni, stamani le forze di sicurezza hanno però disposto blocchi di cemento e filo spinato tra le strade centrali della capitale per impedire manifestazioni con cui celebrare il triste anniversario. Alla base della decisione, riportano fonti di stampa concordanti, la necessità di impedire assembramenti e quindi la diffusione del Covid-19.

All’origine delle manifestazioni ci sarebbe stata anche la denuncia da parte della società civile di lentezze e ritardi nelle indagini. Stamani in una nota, l’Associazione dei professionisti sudanesi – una delle organizzazioni più attive nel movimento pro-democrazia – è tornata sul tema incoraggiando il Comitato d’inchiesta di portare a termine il proprio incarico rapidamente, in modo di permettere ai responsabili di essere processati.

IL SIT-IN PACIFICO FINITO NEL SANGUE

Il sit-in del 3 giugno 2019 era stato organizzato a Khartoum settimane prima dal movimento pro-democrazia, che aveva già favorito ad aprile la destituzione del presidente Omar Al-Bashir. Il movimento puntava a ottenere l’istituzione di un esecutivo composto da civili, ponendo fine ad anni di governo dei militari. Per questo decine di persone si erano organizzate con tende e sacchi a pelo di fronte alla sede dell’esercito per ribadire, giorno e notte, il fatto che il movimento rivoluzionario non avrebbe rinunciato alle proprie istanze.

Il governo di cui Hamdok è alla guida è stato istituito nell’agosto 2019, nell’ambito dell’istituzione di un Consiglio sovrano di transizione, risultato di un compromesso tra le parti: è composto per metà da civili e militari ed è incaricato di organizzare elezioni entro tre anni.

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