Nigeria, libere le studentesse rapite nello stato di Zamfara

Secondo il governatore per ottenere il rilascio delle giovani è stato intavolato un negoziato ma non è stato versato alcun riscatto
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ROMA – Sono state rilasciate, le studentesse portate via la settimana scorsa da un commando di uomini armati da un college nel nord-ovest della Nigeria: lo ha riferito oggi Bello Mutawalle, il governatore dello Zamfara, lo Stato dove si era verificato il sequestro. Fotografie delle giovani, velate secondo l’uso islamico, riunite nell’ufficio dell’amministratore nella capitale Gusau, sono state diffuse sui social network.

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Secondo Mutawalle, per ottenere il rilascio delle giovani è stato intavolato un negoziato ma non è stato versato alcun riscatto. Una versione, questa sull’assenza di un pagamento di somme di denaro, in linea con la tendenza dei funzionari nigeriani a non rivelare dettagli o modalità rispetto alle liberazioni di persone sequestrate.

Venerdì, quando si era avuta notizia dell’assalto al college di Jangebe e del rapimento, si era detto della scomparsa di 317 giovani. Oggi è stato riferito di 297 ragazze liberate: tutte le liceali sarebbero però in salvo, perché alcune di loro erano riuscite a fuggire durante l’assalto del commando armato.

Su Twitter, accanto alle foto, Mutawalle ha scritto: “Mi unisco a tutti i nigeriani di buona volontà nella gioia, le nostre figlie sono salve“.

ALUMUKU (CATHOLIC TV): “STUDENTI RAPITI, CHE FALLIMENTO

Le bande armate rapiscono gli studenti tutti insieme per ottenere riscatti maggiori, mentre i nigeriani chiedono di non pagare, per non mettere così a rischio anche altri ragazzi”: a parlare con l’agenzia Dire è padre Patrick Alumuku, direttore della Catholic Television of Nigeria. Da dicembre, solo nel nord-ovest del Paese, sono stati sequestrati mentre si trovavano a scuola oltre 600 studenti. Le ultime notizie sono arrivate stamane, con il rilascio di almeno 297 liceali portati via la settimana scorsa da un college a Jangebe, nello Stato di Zamfara. Il caso è l’ultimo di una serie. Venerdì era stata comunicata la liberazione di 27 studenti che erano stati rapiti il 17 febbraio nello Stato di Niger; e ancora nello Zamfara, a dicembre, erano potuti tornare a casa 300 ragazzi portati via con la forza dalla loro scuola nella cittadina di Kankara.

Il primo sequestro di massa di studenti, che aveva conquistato le prime pagine della stampa internazionale, risale invece alla notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. Allora, dalla cittadina di Chibok, molto più a est, nello Stato di Borno, roccaforte del gruppo islamista Boko Haram, erano state rapite 276 liceali. Con l’hashtag #BringBackOurGirls era nato un movimento di pressione, che da allora si è battuto per il diritto di tutti allo studio e alla sicurezza. Il sequestro di Chibok era stato rivendicato da Boko Haram, mentre nei casi delle settimane e dei giorni scorsi si è data la colpa a “banditi” o ad appartenenti a generiche milizie.

Secondo padre Alumuku, che oltre a dirigere la Catholic Television of Nigeria coordina la comunicazione dell’arcidiocesi della capitale Abuja, i sequestri di alunni sono solo l’ultima manifestazione di un’insicurezza diffusa che non riguarda nello specifico le scuole. “Questi gruppi criminali vogliono attirare l’attenzione del governo, che accusano di non aver mantenuto le promesse nei loro confronti” dice padre Alumuku. La sua tesi è che a colpire siano bande di fulani, allevatori e pastori seminomadi perlopiù musulmani appartenenti alla stessa comunità del presidente nigeriano Muhammadu Buhari. “È stato proprio il capo dello Stato a dire che i confini nazionali erano aperti per tutti gli africani” ricorda padre Alumuku. “Fulani sono in effetti arrivati, dal Niger, dal Ciad e perfino dalla Repubblica centrafricana”.

Secondo il direttore della Catholic Television of Nigeria, il Paese è diventato “un centro di attività islamiste” anche a causa delle “promesse” fatte ai fulani. “Un esempio chiave riguarda la politiche di insediamento delle ‘ruga’, che dovevano garantire riserve di pascolo per scongiurare scontri e violenze tra i seminomadi e i contadini residenti” dice padre Alumuku. “Si è trattato di concessioni che a molti nigeriani non sono piaciute e che hanno finito per accrescere il livello delle pretese”.

In settimana, un sondaggio pubblicato da un quotidiano locale ha rivelato che circa l’85 per cento dei nigeriani è contrario all’ipotesi di negoziati con i rapitori di studenti. “Vogliono il pugno duro” conferma padre Alumuku. Convinto che dalle autorità non sia invece arrivato un messaggio univoco. Di recente, Buhari ha accusato alcuni governatori di aver “ricompensato i banditi con macchine e soldi” rischiando così di produrre “conseguenze disastrose”.
A far discutere sono state anche le scelte di Mutawalle, alla guida dello Zamfara.

In attesa che si chiariscano le circostanze della liberazione di oggi, ci sono alcuni precedenti. Dopo il rilascio dei 300 studenti sequestrati a dicembre, Mutawalle aveva annunciato un’amnistia a beneficio dei sequestratori, guidati dal capomilizia Auwalu Daudawa. In passato, nei confronti di altri gruppi armati, aveva applicato il principio del dono di due mucche per ciascun fucile kalashnikov consegnato. Il governatore ha detto di volere costruire la “pace” e denunciato i tentativi di chi vuole boicottare il suo progetto. Secondo padre Alumuku, a ogni modo, “la crisi dei rapimenti può avere ripercussioni politiche, spingendo anche alleati di Buhari a criticare apertamente il presidente per i suoi fallimenti”.

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