Lager e odissee migranti al festival Goes Divercity di Milano

Si è concluso a Milano il Festival GOes DiverCity, nato per dare spazio all'arte ma anche per fornire una 'contronarrazione' sulle storie dei migranti

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MILANO – Dai lager nazisti alle carceri della Libia fino alle odissee che i migranti affrontano cercando di raggiungere l’Europa. Parallelismi che attraversano le epoche storiche e popoli diversi, affiorati durante le storie raccontate nel corso del Festival GOes DiverCity, che si è concluso ieri a Milano. Racconti di dolore, soprusi disumani e diritti negati, vissuti in prima persona, di cui fare memoria per avvicinare le culture e trasmettere consapevolezza alle giovani generazioni.

Eravamo in 34 persone in una jeep, tutti un mucchio, pregando di non scivolare giù, altrimenti saremmo diventati scheletri nel deserto” racconta Tareke Brhane, eritreo, attivista per i diritti umani e presidente del Comitato Tre Ottobre, impegnato a tenere vivo il ricordo del naufragio avvenuto vicino alle coste dell’isola di Lampedusa che nel 2013 costò la vita a 368 persone, “donne, bambini, bambini non ancora nati perchè nel grembo materno, uomini”, che cercavano di raggiungere l’Europa”.

Ma al festival di Milano, così come fa nelle scuole di tutta Italia durante l’anno, Brhane racconta la sua storia personale, quella di un giovane che dall’Eritrea parte con un primo dolore fortissimo, il distacco da sua madre, che spera per il figlio una vita migliore, ma che per raggiungerla attraversa esperienze al limite della sopportazione umana nelle mani di trafficanti di esseri umani fino alle terrificanti condizioni delle carceri libiche. “Molto tempo dopo ho letto i libri di Primo Levi, e ho rivisto esperienze vissute sulle mia pelle o viste in prima persona” dice Tareke, aggiungendo: “Sono qui a parlare di morti invisibili, come quelli dispersi nel mare Mediterraneo e non solo, perchè sono certo che tenere viva la memoria serve”.

Poco prima aveva aperto i lavori del convegno intitolato ‘Le memorie del mondo’ era stato Dario Venegoni, 64 anni, figlio di due partigiani che furono deportati nel lager di Bolzano, e presidente nazionale dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (Aned): “Oggi mi impegno perchè quello che è accaduto nella storia e ai miei genitori, deportati in un campo nazista, non accada più, anche se vedo che purtroppo certe cose accadono ancora” nel mondo.

“Ognuno deve essere protagonista della propria vita ma portare avanti le cause di tutti”, dice Sara Geddoudda, 23 anni, nata a Milano da genitori algerini, responsabile dei Giovani musulmani di Sesto San Giovanni. Geddoudda ricorda dell’aiuto, come interprete offerto ai profughi siriani alla stazione Centrale di Milano nella prima ondata migratoria della Siria nel 2013. “Vidi bambini senza vestiti, e questo mi uccideva il cuore“, racconta, “non ci si può non impegnare in cause umanitarie”, “non possiamo perdere la nostra umanità”.

MIGRANTI. BRHANE: INVECE DI USARLI, I MEDIA LI FACCIANO PARLARE

“I media diano più spazio alla voce degli stranieri, che oggi sono invece usati nella propaganda o per la raccolta di fondi”, e nei programmi tv “non vengono quasi mai fatti parlare in prima persona“. E’ l’appello di Tareke Brhane, presidente del comitato Tre ottobre, la data del naufragio di Lampedusa nel quale cinque anni fa morirono 368 migranti che tentavano di raggiungere l’Europa.

Secondo Brhane, intervistato a Milano a margine del convegno ‘Le memorie del mondo’ al Festival GOes DiverCity, i media italiani oggi hanno responsabilità nella diffusione di “tensioni” sotto gli occhi di tutti. L’attivista osserva come ci siano tanti programmi tv che parlano di immigrazione, in cui intervengono opinionisti ma le voci “dirette” delle comunità immigrate non vengono espresse.

Sono in Italia da 12 anni– dice Brhane- e non ho mai visto un programma serio, dove venga dato spazio agli stranieri, facendoli parlare in prima persona”. Interpellato sul perchè oggi paiono assenti leader politici in grado di ispirare, offrire visioni all’opinione pubblica, al posto che mettere paura sull’immigrazione, Brhane risponde: “Perchè queste sono scelte scomode”.

Per Brhane, “serve invece costruire un percorso molto lungo, a lungo termine, invece di creare paura. Ragionare con la pancia può avere degli effetti immediati” e “la paura crea solo muri” tra comunità, continua Brhane. “Bisogna invece creare dialogo, confronto e cultura per risolvere un problema cosi’ serio come quello dell’immigrazione e ci vorranno anni”.

Io giro le scuole, ogni anno incontro 8mila-9mila studenti in tutta Italia e vedo con i miei occhi quanto questo fa la differenza, perchè spesso le cose non vengono raccontate” dice il presidente del comitato Tre ottobre. “Per questo è anche importante da parte dei membri delle comunità straniere farsi sentire, mettersi in gioco”. Secondo Brhane, allora, “anche noi dobbiamo avere la capacità di spiegare alla gente”, che altrimenti “ci etichetta”, sull’onda di paure.

di Francesca Morandi

Parla Tareke Brhane:

GOES DIVERCITY, DIALOGO CONTRO LA PAURA

“L’idea del festival nasce dalla situazione di tensione che attraversa l’Italia: di fronte a una difficoltà di dialogo, abbiamo pensato di mettere l’arte al centro, perché è una forma di comunicazione che accomuna tutti i popoli del mondo”. Così, intervistato dall’agenzia ‘Dire’, Andi Nganso, medico camerunense della Croce Rossa Italiana, direttore del Festival GOes DiverCity.

“L’idea è nata tre anni fa, con un’iniziativa dedicata al gospel, ma quando all’inizio dell’anno sono stato vittima di un episodio di razzismo, ho sentito la necessità di attivarmi per fare di più, e in questo festival non ci sarà spazio solo per le arti, ma anche per incontri di approndimento su vari temi” dice Nganso, che è finito sotto i riflettori circa un anno fa, quando una donna rifiutò le sue cure perché non voleva essere toccata da un medico nero.

“Per la prima volta abbiamo invitato esperti africani e afrodiscendenti a parlare di Africa” sottolinea il direttore del Festival GOes DiverCity: “L’idea è costruire una contronarrazione, partendo ad esempio dal tema ‘aiutiamoli a casa loro’ per richiamare le uscite famose di alcuni politici: l’Africa ha bisogno davvero di essere aiutata? O è il continente ad aiutare gli atri popoli?”

di Giulia Filpi

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26 Novembre 2018
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