Emilia-Romagna per il lavoro: “Ingranata la marcia, 110.000 nuovi posti in 3 anni”

ROMA – “110.000 nuovi posti di lavoro in tre anni, con un incremento del 5,7%: l’Emilia-Romagna ha ingranato la marcia della crescita economica e dell’occupazione”. Gianni Bessi è consigliere regionale del Pd nella regione amministrata da Stefano Bonaccini e relatore di maggioranza del DEFR, il documento di economia e finanza dell’Emilia-Romagna. Un provvedimento – ha sottolineato in questa conversazione con l’Agenzia Dire – che ha una priorità fondamentale: il lavoro. D’altronde – ha subito rivendicato Bessi nel corso dell’intervista – “il nostro tasso di occupazione è del 70,5 per cento, il più alto d’Italia: abbiamo superato la soglia dei 2 milioni di persone con un impiego”.

Bessi, cominciamo allora da qui. In che direzione vi siete mossi in questi ormai quattro anni di guida della regione?

Appena insediata la Giunta ha cominciato a lavorare sulle priorità che aveva indicato nel programma. Tra queste: il Patto del Lavoro – un impegno sostenuto insieme alle parti sociali, alle università, ai centri di ricerca – che ha definito le politiche attive per rilanciare l’occupazione. Questa è sempre stata la nostra bussola e lo sarà ancora nei prossimi mesi.

Dall’analisi dei fondamentali economici della regione, cos’altro emerge?

Il valore delle vendite estere, che nel 2017 ha sfiorato i 60 miliardi, collocandoci subito dietro la Lombardia. E il nostro prodotto interno lordo nel 2017 si è assestato all’1,5 per cento.

Rispetto ad altre regioni del Paese, qual è, a suo avviso, il segreto dell’Emilia-Romagna in questa fase?

Il nostro tessuto economico, fatto di tantissime imprese di successo e di manodopera di altissimo profilo. Tanto lavoro e tanta innovazione, che è il primo ingrediente per competere sui mercati attuali.

Sembra quasi una dichiarazione da campagna elettorale…

Guardi, sono altri quelli che agiscono come se fossero sempre in campagna elettorale o come non fosse mai finita. Il mio pensiero è semplice: senza trionfalismi occorre continuare su questa strada, sapendo che ci sono ancora persone in difficoltà.

Torniamo all’economia. Può indicare una realtà che ha ancora grandi potenzialità di sviluppo per la regione?

Non ho dubbi: il porto di Ravenna, il porto dell’Emilia-Romagna. Per il quale è in via di attuazione un progetto da 200 milioni. Dopo la delibera CIPE di febbraio e il via libera in agosto della Corte dei Conti siamo vicini alla fase operativa con l’avvio della gara per la selezione del general contractor che dovrà portare a termine i lavori di approfondimento dei fondali e l’adeguamento delle banchine.

Proprio in materia portuale ha proposto un emendamento nel DEFR. Che cosa prevede?

L’intenzione è sfruttare i contenuti della legge di bilancio 2018, che prevede l’istituzione di aree portuali in cui le imprese possano beneficiare di alcune procedure semplificate già concesse alle zone economiche speciali, con zone franche a burocrazia zero. Di fronte a uno scenario così le aree dell’hub portuale e logistico dell’Emilia-Romagna potrebbero diventare un’attrazione internazionale.

È da tempo che lei indica l’economia del mare come uno dei punti fermi dello sviluppo dell’Emilia-Romagna. Perché?

Dove per economia del mare si intendono tutte le attività collegate ai porti. Restando a Ravenna, abbiamo 258 aziende con circa 6000 addetti diretti all’attività portuale. A tutto questo ci colleghiamo il settore energetico offshore per esempio, un settore che per l’Italia è un fiore all’occhiello, con un rilevante know how e altre migliaia di maestranze di livello internazionale. Ma pare sia apprezzato solo all’estero.

In che senso?

E’ in corso un attacco a mio parere ideologico e non casuale, che vede in prima fila i comitati No-Triv o No-Tap. L’obiettivo è screditare la reputazione di un settore, quello dell’estrazione del gas, che per l’Italia è invece cruciale. Il gas è una risorsa strategica per l’immediato futuro, perché la transizione energetica verso l’utilizzo di sole fonti rinnovabili ha bisogno di tempo. E in questo tempo si dovrà utilizzare un mix energetico gas-rinnovabili per permettere alle attività economiche di andare avanti. Peraltro aggiungo sommessamente che il settore dell’industria impiantistica dell’energia solo in Emilia-Romagna può vantare un migliaio di aziende e 10.000 addetti diretti.

Sull’importanza strategica del gas lei ha scritto anche un libro dal titolo “Gas naturale, l’energia di domani” (edizioni Innovative Publishing) con la prefazione dello storico ed economista Giulio Sapelli. Di cosa si tratta?

È un piccolo contributo a fare chiarezza. Non un libro tecnico, ma un contributo ‘politico’ alla discussione sul futuro energetico del Paese. Partiamo ancora da qualche numero. Oggi produciamo 5,65 miliardi di metri cubi di gas naturale sui 70,91 miliardi del nostro fabbisogno annuale. Praticamente importiamo dall’estero il 92% del gas naturale che utilizziamo, dei quali 26,8 miliardi di metri cubi li acquistiamo dalla Russia di Putin. Per l’Italia è il momento di decidere quale dev’essere la politica energetica se vogliamo evitare di diventare economicamente irrilevanti.

E quindi?

Se consideriamo strategico avere una via italiana al gas naturale – e avere un settore energetico nazionale è strategico, come ci ha insegnato Enrico Mattei – occorre intanto prendere coscienza che l’Italia dipende dalle importazioni di gas: dobbiamo cercare di abbassare i costi, realizzando strutture che ne facilitino l’arrivo e, magari cominciare a estrarre il gas che giace nell’adriatico. Ricordiamo che proprio nell’adriatico Eni ha investito circa 2 miliardi col suo piano quadriennale. Le mie informazioni mi dicono che potremmo più che raddoppiare la nostra produzione

Nel libro non si parla solo di gas ed energia ma anche di formazione. In che modo sono collegati questi argomenti?

Partendo dall’esigenza di identificare una strategia energetica lungimirante, ma potrebbe valere anche per qualsiasi altro settore, è necessario che l’Italia investa sulla formazione, sull’educazione scolastica e universitaria. Il futuro sarà progettato da scienziati, ingegneri, tecnici che dovranno uscire dalle nostre scuole e università e che dovranno approfondire le conoscenze sul campo.

Politiche giovani da finanziare in che modo?

Giocando su un’espressione molto usata, l’ho chiamata brain tax. In altre nazioni lo Stato sostiene già lo studio con strumenti quali i prestiti. Dobbiamo farlo anche noi. Secondo me, e questo il libro lo approfondisce, dobbiamo usare gli incentivi e indirizzarli alle scuole e alle università. Una sorta di reddito di educazione per i più meritevoli della formazione.

Intervista di Andrea Picardi

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25 settembre 2018
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