Corasaniti (Cassazione): “Riuso software nella pubblica amministrazione non è senza costi”

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Corasaniti (Cassazione): “Riuso software nella pubblica amministrazione non è senza costi”

“Il riuso del software nella pubblica amministrazione non è senza costi perché l’utilizzazione di un software comporta una serie di problemi, innanzitutto di proprietà intellettuale e di manutenzione evolutiva, cioè di adattamento del software all’ambiente normativo e tecnologico in espansione. Quindi a volte si preferisce utilizzare un software proprietario o la gestione complessiva del rapporto attraverso una società di servizi. Le regole ci sono, sono poste dagli articoli 68, 69 e 70 del Cad (Codice dell’Amministrazione Digitale, ndr), ma sono palesemente insufficienti e soprattutto non garantiscono un’efficienza piena del processo di riuso”. Così all’agenzia di stampa Dire il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Giuseppe Corasaniti a proposito del riuso del software nella PA, a margine del Dig.Eat 2018 che si è svolto oggi al centro congressi Roma Eventi della capitale.

“Il software non è un mobile- precisa Corasaniti- è un prodotto di creatività intellettuale particolarmente sofisticato che presenta sempre di più problemi di compatibilità con l’esterno. Compatibilità tecnica, perché si evolvono i sistemi informatici, e compatibilità giuridica, perché a volte bisogna adattare i dati contenuti nei sistemi informatici o i modi per trattare i dati a normative che possono essere continuamente modificate. Occorre- sottolinea il sostituto procuratore- una gestione nuova delle risorse informatiche della pubblica amministrazione sicuramente nel segno della semplificazione e del risparmio, ma nell’ambito di una cultura informatica che va potenziata all’interno della PA. Io diffido sempre di chi vende soluzioni pronte- spiega Corasaniti- perché poi sono modi per spendere, offrirsi o vendere qualcosa. La PA italiana ha bisogno di ritrovare la propria dignità e la propria cultura nell’innovazione e per l’innovazione. I veri colpevoli di questo processo sono gli amministratori, i politici, quelli che hanno parlato di innovazione senza conoscerla, senza praticarla o conoscendone solo un pezzo”. E sul Dig.Eat il sostituto procuratore dichiara: “Eventi come questo sicuramente aiutano a costruire una cultura comune, a mettere insieme idee apparentemente conflittuali. Bisogna creare una cultura dell’innovazione- conclude- facendo esplodere i problemi e facendo attenzione alle prospettive di chi non la pensa come noi. Così possiamo crescere”.

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11 maggio 2018
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