Politica, religione, progresso. Ivano Dionigi fa discutere del mondo Lucrezio e Seneca

L’ultimo libro del latinista Ivano Dionigi: “La forza dei classici è porci domande a cui spetta a noi trovare risposta”.

Due stanze, tavoli e scaffali ingombri di libri e carte, quadri e qualche ‘cimelio’ degli anni da rettore. Ivano Dionigi ci accoglie nel suo studio al terzo piano di via Zamboni 34, nella Scuola di Lettere e beni culturali dell’Alma Mater di Bologna. Latinista, filologo, alla guida dell’Università felsinea dal 2009 al 2015, Dionigi pochi giorni fa ha ‘celebrato’ la sua ultima lezione in facoltà a chiusura del suo percorso accademico prima della pensione. Che non sarà certo sinonimo di riposo, visto che l’ex rettore continuerà a dare il suo contributo in Ateneo e soprattutto a incontrare gli studenti delle scuole superiori in giro per l’Italia (senza contare gli impegni con AlmaLaurea e Accademia pontificia della latinità, di cui è presidente). Nel 2016 ha dato alle stampe “Il presente non basta-La lezione del latino”.

Il 18 ottobre scorso è uscita la sua ultima fatica letteraria, “Quando la vita ti viene a trovare”, un dialogo inedito tra Lucrezio e Seneca. Professore, come nasce quest’opera?

Sono due autori che hanno segnato il mio percorso di studioso e studente. Li ho affrontati prima con l’istintività dell’adolescenza, poi ci sono tornato a seconda della temperie culturale, delle ideologie, negli anni ’60 e ’70. E poi anche col filtro della critica letteraria. Ma ho sempre avuto l’impressione di essere rimasto come sulla soglia, di non essere entrato davvero dentro questi templi. E allora ho azzardato, per capirli di più. Ognuno di loro ha una sua parola, un suo logos, e ho cercato di metterli a confronto, in dialogo. Ho preso i testi dell’uno e dell’altro e li ho montati come dirimpettai. Sono vissuti a un secolo di distanza l’uno dall’altro, ma si sono occupati degli stessi problemi: la vita politica, la religione, la morte. E sono diversi, collocati su sponde opposte. Hanno due concezioni del mondo opposte, divergono su tutto.

In che cosa si differenziano, in particolare, Lucrezio e Seneca? Cosa emerge dal loro dialogo?

Politica per l’uno e antipolitica per l’altro. Seneca era per il negotium, per la vita politica attiva. Era uno stoico. Cercava di coniugare il potere con la religio romana. Seneca aderirà alla religione civile di Roma, che è stata uno dei pilastri fondativi del grande impero. Lucrezio invece negava la politica, diceva che bisognava stare nascosti. Il grande precetto di Epicuro: vivi appartato. Questa è la prima divergenza. La seconda è sulla religione. Lucrezio la nega, anzi dice che la religione è il male peggiore dell’uomo, è il frutto dell’ignoranza degli uomini. Per Lucrezio, se conoscessimo la realtà e le leggi della fisica, della natura, non aderiremmo alla religione, che per lui equivale alla superstizione, che ci schiaccia ed è causa di tutte le paure e tutti gli affanni. Lucrezio dice che l’al di là è in questa vita, che l’inferno è qui: Tizio non è quello a cui l’avvoltoio rode il fegato, è ogni innamorato che non si dà pace; Sisifo non è colui che spinge il masso che costantemente gli rotola addosso, è il politico che viene bocciato. E poi sono divaricati sul progresso. Seneca crederà alla tecnica, Lucrezio dirà che c’è una proporzionalità inversa tra il progresso e la morale: più avanza la tecnica e più si sviluppano passioni perverse.

Cosa rappresenta questa diversa visione del mondo? Che significato ha per noi?

Lucrezio e Seneca non rispecchiano chi un tipo di umanità e chi l’altro. Entrambi sono il simbolo dell’uomo duplex, della nostra duplicità, della bigamia del nostro animo. Perchè queste forze e ideali contrapposti appartengono in fin dei conti a ognuno di noi. Non c’è bisogno nè di essere Seneca nè di essere Lucrezio. Loro però prima di noi si sono posti questi problemi, la loro forza è nel porre delle domande. Spetta a noi risolvere quelle questioni. La forza dei classici sta nell’aver anticipato le domande, ci consegnano quelle fondamentali. Ma il compito di capire, di intelligere, spetta a noi.

I classici dunque sono sempre attuali.

Osip Mandelstam diceva che classico non è ciò che è già stato, ma ciò che ancora ha da essere. I nostri ragazzi devono ancora voler studiare, capire e interrogare Lucrezio, Sofocle, Shakespeare, Manzoni, Darwin, la Bibbia… Umberto Eco diceva che i classici ci allungano la vita, ci danno il senso del tempo. In un volume che abbiamo scritto a 40 mani con grandi studiosi, Massimo Cacciari scrive che i classici ci liberano dal potere e mai ci portano a obbedire passivamente. Come ha detto il grande maestro Alfonso Traina, classico è chi ha scritto per noi. Io lo dico sempre ai ragazzi: comprate i libri di chi ha scritto per voi. Non tutta quella poltiglia, quelli che scrivono per sè, per scalare le classifiche o per curare le nevrosi.

 

Come si fa a cercare oggi le risposte alle domande che pongono i classici?

Il problema è che il classico, come ogni pensiero e scoperta, esige un po’ di lentezza, come direbbe Nietzsche. Oggi invece il paradigma vincente è la velocità, questa accelerazione vorace della contemporaneità che inghiotte tutto. C’è una velocità di segno positivo, che ci aiuta a progredire, ma c’è anche una velocità che ci uccide. E questo è un problema. Dobbiamo trovare l’antidoto. C’è bisogno di un umanesimo che spieghi la complessità, che non la riduca. Perchè la complessità è vita.

Qual è il valore del latino oggi?

Oggi non bisogna studiare il latino per parlarlo. Sarebbe un delitto contro l’umanità, ognuno deve parlare la propria lingua. Bisogna studiarlo per leggere e capire i classici, perchè con loro recuperiamo la storia, il continuum. La vita non è un patrimonio di cui solo noi deteniamo le azioni. Oggi non sappiamo parlare bene, e allora i classici ci aiutano a farlo, e abbiamo perso il senso del tempo. Ai ragazzi abbiamo staccato la spina della storia, per loro avere solo questa ideologia del presente è un gas nervino. E poi la politica: siamo qui che ci arrabattiamo per riprendere il bandolo. La classicità aveva individuato la parola politica più bella: res publica. Che è intraducibile, perchè Repubblica e Stato sono sminuiti. Res publica vuol dire la cosa di tutti. Questa è la politica.

Il latino quindi non è una lingua morta?

Perchè l’italiano che parliamo noi oggi è vivo? Il vocabolario è un cimitero di parole, sono parole cadaveriche. Bisogna ridare vita alle parole, ripristinare il loro significato. Perchè è la parola che caratterizza l’uomo. Noi oggi stiamo abdicando a questo carattere fondamentale, a questa specificità, alla marca distintiva dell’uomo. Ognuno ha la sua parola, il suo logos, che nell’incontro con l’altro diventa dialogo. E questo avviene nella polis. Siamo animali logici e politici, chiamati, o se vogliamo condannati, a questo.

4 novembre 2018
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