Viaggio reportage in un condominio ai tempi del Covid19

L'autrice Alice Valente Visco: "Ho voluto dare testimonianza della capacità umana di reagire"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Un ‘viaggio alla ricerca di quelle umane sensazioni che possono farci sentire tutti più vicini’, che ‘si è rivelato una sorta di pellegrinaggio con incontri intensi e mai superficiali al di là della loro durata. A un metro di distanza dalle porte, ho trovato conferma di quella sensazione sentita violentemente già dai primi giorni: le nuove ‘misure’ ci portano a guardarci negli occhi e a parlarci con maggiore attenzione e capacità di ascolto’. È questo lo spirito del reportage di Alice Valente Visco, ‘Cari lontani vicini/Viaggio attraverso un condominio romano al tempo del Coronavirus’, che come lei stessa spiega, in un’intervista alla Dire, è nato da ‘una fortissima urgenza di raccogliere testimonianze e creare uno spazio mentale che trascendesse i sentimenti della paura e del dolore di cui ci impregniamo attraverso un uso malaccorto dei mezzi di comunicazione al punto di non riuscire più a pensare ad altro’, insieme all’esigenza forte ‘di lasciare a mio figlio una memoria tangibile di questo periodo che fosse testimonianza anche della capacità umana di reagire’.

Nata nel 1979 a Roma dove oggi vive con il figlio di un anno e mezzo e il suo compagno, Alice ha vissuto lunghi periodi dell’infanzia in India e in Indonesia, e questo- anche per il suo lavoro tra fotografia, teatro e antropologia- le ha permesso di creare sinergie e contaminazioni che spaziano soprattutto fra l’arte e il lavoro di testimonianza. Come fotografa e antropologa, per esempio, ha realizzato ed esposto un reportage sui villaggi adivasi Santal del West-Bengal indiano; un altro tra la comunità dei migranti bangladesi a Roma e i loro parenti in Bangladesh; come attrice performer, collaborando con altri artisti- fra i quali Manuela Scannavini- ha realizzato delle performance in forma di statua vivente (Raw 2018, esposizione Museo Macro Testaccio e Raw 2020, collocazione ancora da definire); come attrice-autrice teatrale scrive e interpreta ‘L’ultima rosa: monologo sulla vita di Tina Modotti’, fa parte della compagnia ‘teatrofattoincasa‘ con cui porta in scena commedie e spettacoli in abitazioni private e luoghi alternativi al teatro ed è membro dell’associazione di Teatro invisibile con cui realizza spettacoli di teatro forum con i metodi del Teatro dell’oppresso tesi ad esplorare con la partecipazione del pubblico importanti problematiche sociali del nostro tempo.

Durante il lockdown si è dedicata anche a tre iniziative personali: la condivisione gratuita su Youtube di letture illustrate dal vivo dall’Orlando di Virginia Woolf (lavoro annullato a causa delle disposizioni di sicurezza); la creazione di un sito (www.oltreilmomento.net) insieme ad altre persone che raccoglie testimonianze di vario genere sulla capacità umana di reagire positivamente e impegnarsi a costruire un futuro sostenibile a cominciare da questo periodo e il reportage, idea nata circa un mese dopo dall’inizio del lockdown, racconta Alice, è nato proprio ‘in uno stato esistenziale profondo che mi teneva occupata in una continua osservazione della realtà interiore e circostante differente, radicale, inedita. Nel frattempo, una voce complementare e contrapposta ‘mi esortava invece a fare proprio in virtù di questa condizione particolare’.

Il suo sviluppo quindi è stato ‘condizionato da motivazioni di carattere pratico ma anche esistenziale’. L’autrice è partita ‘da due elementi centrali di attualità: il nuovo confine invisibile e invalicabile che si frappone tra le persone influenzando le relazioni sociali e una maggiore tendenza generale a riflettere sulla propria vita e sul futuro del pianeta‘; da qui l’idea ‘di fotografare, da diverse angolature la soglia, la porta, il confine tra interno ed esterno, tra me e gli altri. E, ancora, l’idea di chiedere ai soggetti fotografati e intervistati di posizionarsi a piacimento all’interno della loro ‘porta-cornice’ al fine di restituire un’immagine il più possibile aderente al loro attuale sentire’.

È così che l’artista inizia il viaggio con fotografie e interviste ai vicini di casa, ai quali vengono poste due domande: ‘Come stai vivendo questo periodo?; C’è qualcosa di positivo che, malgrado la gravità della situazione, è accaduto o stai riscoprendo e vorresti rimanesse dopo questa esperienza?’.

Questa è l’intervista del 16 aprile con i coniugi Cerioni, scala B, primo piano: Mirella, sarta in pensione e Mario, fotografo e altro in pensione che scegliamo di pubblicare integralmente.

‘Inizia il mio viaggio fra scale, piani e usci del palazzo in cui vivo da 18 anni. Nel mio bagaglio: una macchina fotografica, un taccuino, una penna, un metro estendibile. Prima faccio qualche scatto alle rampe delle scale che d’improvviso mi appaiono di una geometria fantastica e alla porta: il confine fra il dentro e il fuori, la linea tra una storia privata e la mia. Prendo il metro che ho deciso di portarmi sempre dietro per prendere coscienza della distanza di sicurezza da tenere. Suono. Mi avvisano subito di essere rimasti con gli abiti comodi da casa, come fanno tutti i giorni. ‘Del resto, abbiamo pensato, è un reportage…’. Ho l’impressione che abbiano riflettuto anche, come avevo richiesto, su dove posizionarsi all’interno della cornice della porta. Per qualche attimo mi soffermo a pensare alle autorappresentazioni del nostro tempo, all’overdose di autocelebrazioni con cui da un lato ci esaltiamo e dall’altro ci annulliamo, così tanto in contrasto con la spontaneità genuina della coppia che ho di fronte. Entrambi in piedi: lei a sinistra si appoggia allo stipite della porta con aria risoluta, lui prima le poggia una grande mano sulla spalla, poi opta per la maniglia della porta. Con Mirella lo scambio di parole non è pieno a causa di una leggera sordità, ma lo sono i nostri sguardi. La mitezza che emana mista a solidità m’induce a immaginarla quale perno della famiglia nel buono e cattivo tempo. Mi racconta di aver lavorato come sarta di vestiti da sposa per tanti anni. Normalmente sa come riempirsi le giornate. E’ piena di creatività e si circonda di oggetti cuciti a mano che poi ogni tanto regala in occasione dei compleanni: gatti, scatoline, vasetti con piccoli cactus colorati… tutto rigorosamente in stoffa. ‘Continuo a sentirmi con le amiche del centro anziani, da anni, abbiamo preso l’abitudine di incontrarci una volta a settimana a casa di una di noi per lavorare e creare insieme. All’inizio di questo periodo però mi sono sentita persa, come paralizzata. Ho accumulato cose che dovevo cucire senza riuscire a fare niente. E’ perché ci ha messo davanti a una realtà più concreta. Anche se abbiamo la nostra età abbiamo paura. A livello pratico, la difficoltà maggiore è non poter fare la spesa. Ci aiutano un po’ i figli e un po’ dei vicini’. Mario: ‘Si perché i figli ci hanno vietato di uscire. Io in particolare ho tanti problemi fisici,
diabete, cuore… e sono ad altissimo rischio. Non siamo mai usciti di casa. Io a differenza di mia moglie non ho niente di speciale da fare. La aiuto un po’ nei lavori di casa e nelle sue attività, ma per il resto ho visto tanti di quei film in tv che non ne posso più. Mi muovo poco perché sono pieno di dolori, ma anche prima a casa facevo fatica a stare. Ho sempre lavorato. Ho iniziato a dieci anni, con mio fratello andavamo a sistemare e poi smontare i banchi del mercato di San Cosimato nel quartiere di Trastevere. Per trentatré anni ho lavorato alla multinazionale 3M Company, una multinazionale statunitense. Quando ho conosciuto mia moglie che cuciva abiti da sposa, ho pensato di mettermi a fare il fotografo di matrimoni. Dopo un po’ di anni ho avuto l’occasione che mi ha assicurato delle buone entrate: fotografare per un Agenzia di Onoranze funebri i vari modelli di bare da stampare sul listino prezzi. Uno dei due figli ne ha aperta poi una propria. Al livello personale, un fatto positivo di questo periodo è rendersi conto della tenuta del nostro rapporto dopo sessantatré anni di matrimonio più otto di fidanzamento’. Mirella: ‘Per me è anche scoprire in modo più profondo il valore delle amicizie. Ho delle amiche che sento regolarmente, aiuta molto. Ci scambiamo ricette, ci diamo consigli, ci confrontiamo. Ho sistemato la terrazza e piantato fragole, insalata e peperoncini’. Intanto, qualcosa non ha mai smesso di parlottare all’interno della casa. Chiedo che stessero facendo prima del mio arrivo. ‘Litigando- scherza Mario- Lo facciamo spesso, quasi sempre sull’argomento figli, i ‘tuoi’ figli Mirella’. Lei, sorridendo: ‘Ogni volta dice così, tanto che negli anni molti hanno pensato che li avessi avuti con qualcun altro’. D’improvviso sento il desiderio di vederli uno di fronte all’altra. Accontentano il mio invito e mentre si guardano, uno riflesso nell’altro, non riescono a fare a meno di ridacchiare. Li sento dirsi sottovoce: mamma mia quanto siamo cambiati… Ad un certo punto, all’interno della figura immobile assunta dal signor Mario gli occhi si muovono con un guizzo verso il salotto, la corrente velata di imbarazzo che passa fra i loro sguardi disabituati a guardarsi è stata interrotta da qualche commento della voce proveniente da dentro. Un forte vociare e Mario gira svelto tutta la testa verso quella che presumibilmente è una televisione, e con un sorrisetto: stanno tramettendo una vecchia partita di calcio e so che non potrei mai competere davanti a cotanta attrattiva. Una risatina comune e li libero dal mio reportage. Un paio di giorni dopo sulla terrazza in fondo su cui, qualche piano più in su, affaccia la ringhiera della mia cucina, vedo sbracciarsi una piccola e simpatica figura, è la signora Mirella che mi invita a tornare per prendere l’oggetto storico che Mario vuole regalarmi: il suo flash degli anni 60’, lampada issata su un’asta con annessa borsetta a tracolla per portare la batteria. Qualche tempo dopo, è invece lei a consegnarmi gli album dei matrimoni dei figli, tenuti insieme da un vecchio nastrino rosso: ‘Mi fa piacere se li guardi, ci sono tutti gli abiti che ho cucito, ma fallo su da te, a me, sfogliarli, fa male. Mi ricorda la sofferenza di amori sfortunati e dei legami di famiglia che si sono sfasciati. La nostra speranza è rivolta ai nipoti che stanno spesso con noi; in questo periodo cerchiamo di stargli vicino e ci sentiamo regolarmente tramite le videochiamate”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

27 Giugno 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»