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VIDEO | Cavallo: “Molti non credono nella Pas, se bimbo è manipolato forziamo anche la porta”

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L'agenzia Dire ha chiesto a Melita Cavallo, già giudice del Tribunale per i minorenni di Roma, se fossero opportuni i prelievi dei bambini con le forze dell'ordine
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di Silvia Mari e Laura Monti

ROMA – Mamme accusate di alienazione parentale (sconfessata da tutta la comunità scientifica) che non vedono i propri figli da mesi, se non da anni. Minori condotti dopo prelevamenti coatti in casa famiglia o presso i padri verso i quali hanno espresso rifiuto per paura, perchè magari hanno assistito o subito violenza e che spesso hanno procedimenti penali in corso per violenza o abusi. L’agenzia Dire, a margine della presentazione del libro ‘Voglio una mamma bionda’ che si è svolta ieri al Senato, ha chiesto a Melita Cavallo, già giudice del Tribunale per i minorenni di Roma, se fossero opportuni i prelievi dei bambini con le forze dell’ordine, se sia ammissibile che una madre incensurata veda la propria maternità menomata più di quella di una detenuta in carcere e se i giudici ascoltino approfonditamente i minori, chiedendole quindi una riflessione su sentenze e ctu che la Dire da anni denuncia nell’inchiesta delle ‘mamme coraggio’.

Ecco le risposte (anche in video) della giudice che oggi presiede i processi della nota trasmissione tv Forum, divenuta famosa poi anche per un feroce scontro tv con la ‘mamma coraggio’ Ginevra che non vede sua figlia, oggi adolescente, dal giorno del prelievo coatto quando la piccola aveva appena 18 mesi.

Trova possibile che i diritti di visita dei figli vengano da un lato mantenuti per genitori condannati penalmente o detenuti e dall’altro invece negati a delle madri incensurate che a volte hanno addirittura denunciato per violenza i propri partner, solo perchè accusate di alienazione parentale?

“Queste sono situazioni limite che tu hai cercato di ridurre in poche parole… Sono situazioni complesse e la domanda è ambigua. Un giudice che deve giudicare una situazione così complessa e delicata la considera nella sua complessità: l’ascolto della madre, l’ascolto del padre, la sentenza penale che ha condannato il padre. Quindi io non mi sentirei di concludere in questo modo. Qui c’è il concorso della Procura dei maggiorenni, c’è il concorso del Tribunale per i minorenni che deve valutare l’eventuale visita. Ma il Tribunale per i minorenni nella valutazione non può non tenere conto della complessità della situazione ed è la complessità che a volte fa apparire la decisione a volte non rispondente all’interesse di un bambino. È chiaro che un bambino vorrebbe o potrebbe volere salutare e incontrare suo padre, ma se lo ha visto malmenare la madre, fare violenza alla madre, violenza fisica o psicologica, io non credo che davvero lo voglia o che non sia indotto da qualcuno, magari la nonna paterna. Ci sono delle complessità che a volte chi è fuori non riesce a cogliere perché non ha letto gli atti. Quindi io credo che un bambino che possa voler incontrare una madre o un padre che è in prigione va valutato. Questo mi è accaduto e va valutato fino in fondo, va ascoltato in piena armonia di intenti, cioè il giudice deve mettere in grado il bambino di avere fiducia in lui perché si possa esprimere, ed è il giudice che, sebbene aiutato da quello onorario, scriverà la sentenza che autorizzerà o meno e deve assolutamente guardare il bambino negli occhi ed ascoltarlo. Non mi sentirei di dire quello che tu hai detto”.

Perché molto spesso accade il contrario, che sia la mamma a vedersi negato il diritto di vedere il bambino, magari affidato a case famiglia o addirittura al padre, perché la mamma viene giudicata alienante.

“Se la madre è stata una madre che ha subito violenza del padre non vedo perché non possa contattare il bambino. Poi comunque c’è un contatto e si vede come il bambino risponde al contatto con la madre. Ed è quello il momento che può essere partecipativo. Quello che tu dici, che a un bambino viene impedito di tenere rapporti talvolta con la madre e talvolta col padre, è sicuramente ampiamente motivato dal giudice. Non si può dire ‘divieto di’ senza motivare ampiamente”.

Spesso però la motivazione è l’alienazione parentale, di cui viene additata la madre, e che di fatto invece per la comunità scientifica non esiste.

“Molti non credono nell’alienazione parentale. Chiamiamola così o chiamiamola in altro modo. Sicuramente ci sono delle madri, e talvolta dei padri, che ostacolano il rapporto con l’altro genitore. Questa è una realtà ed è una realtà quasi impossibile da abbattere. Perché per esempio i carabinieri bussano alla porta per prendere, insomma per curare… e non aprono la porta. Quindi c’è davvero una lotta che questa donna, o qualche volta anche l’uomo, può fare all’altro genitore. Su questo la mia soluzione è che bisogna intervenire immediatamente perché, se si radica subito tutto questo, il bambino alla fine si convince che la sua mamma ha ragione e sarà un bambino praticamente manipolato. Quindi appena accade la prima volta, bisogna avere la forza di forzare anche la porta. Poi noi abbiamo casi, i colleghi mi parlano di casi, in cui questa situazione di qualcuno che bussa alla porta per prendere un bambino un anno, un anno e mezzo, due anni. E allora che vuoi? Lì è stata l’impotenza della giustizia…”.

Quindi in alcuni casi si deve anche prelevare anche forzatamente il bambino?

“Sì, sì. Attraverso una persona che possa far capire al bambino che quello non è ostativo al rientro presso la madre. Ma il giudice ha deciso che deve mantenere i rapporti col papà. È qualcosa che va seguito molto bene e soprattutto è l’inizio in cui la forza della giustizia deve avere la sua realizzazione. Perché se si continua diventa difficilissimo e diventa anche espropriativo del bambino, perché ormai il bambino è un tutt’uno con sua madre. È un errore delle madri e bisogna evitare che avvenga”.

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