Tracciamento in ristoranti ed esercizi pubblici, dubbi sulla sicurezza dei dati

Secondo l'esperto Andrea Lisi c'e' poca attenzione al regolamento europeo
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ROMA – Il tracciamento dei clienti di ristoranti, piuttosto che di centri estetici, con la registrazione e conservazione di informazioni personali “è l’ennesimo esempio che l’attenzione al Gdpr (il Regolamento europeo sulla protezione dei dati) lascia ancora a desiderare. Perché si tratta di dati che vengono registrati affinché le autorità possano eventualmente farne ricorso. Ma chi ci garantisce che non vengano manipolati? Chi ci assicura poi che vengano distrutti adeguatamente una volta scaduto il periodo di conservazione?”. A sollevare la questione è l’avvocato Andrea Lisi, esperto di Diritto dell’informatica e presidente di Anorc Professioni, ricordando che “il Gdpr, che tra pochi giorni festeggerà i 2 anni di operatività, dovrebbe essere ormai familiare al legislatore, mentre si continua ad abusare del termine ‘privacy’ dimenticando di studiare la normativa”.

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Secondo l’esperto, infatti, nel Regolamento (Ue) 2016/679, ‘privacy’ non è una parola chiave: “E’ un concetto che ormai nella società digitale in cui viviamo non esiste più o quasi- spiega Lisi- il Gdpr infatti si occupa di protezione dei dati personali e della loro libera circolazione. Le parole d’ordine sono trasparenza informativa e sicurezza del dato. Quest’ultimo va reso integro, cioè deve essere protetto da manipolazioni e conservato in condizioni di sicurezza“.

Ed è qui che, secondo Lisi, emergono le principali perplessità. “L’ultimo Dpcm- afferma l’esperto- contiene delle indicazioni per i ristoratori, ma nessuno si è posto seriamente il problema della protezione di questi dati, che – ripeto – non ha a che fare con la ‘privacy’. I nostri dati personali possono essere trattati e possono pure circolare liberamente, purché ci siano corrette basi giuridiche, ma soprattutto tali dati siano da chi li tratta adeguatamente protetti nella loro integrità e autenticità. E andrebbe garantita una reale trasparenza informativa. Questo vale non solo per ristoranti e altri esercizi, ma anche per la ‘famosa’ app Immuni, che doveva essere da tempo pronta e chissà perché non se ne parla più”. “Per fare queste operazioni di tracciamento- conclude l’avvocato- si sarebbe dovuti partire correttamente sin dall’inizio, fornendo indicazioni chiare, facendo correttamente riferimento alla normativa, non inseguendo ipocritamente la privacy dei cittadini”.

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