Sud Sudan, Ambasciatore Marik: “Una guerra fredda ostacola la pace”

Diplomatico a Dire: "Servono fondi per ricostruire, non ingerenze"
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ROMA – Sulla pelle del Sud Sudan si sta combattendo “una nuova guerra fredda”, con alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti che premono sul governo contestandogli i rapporti con “potenze orientali”, dalla Cina alla Malesia: cosi’ in un’intervista con l’agenzia Dire Ajing Adiang Marik, ambasciatore di Juba in Italia.

“Total e’ rimasta da noi dieci anni e alla fine se n’e’ andata senza aver scavato nemmeno un pozzo, contestandoci concessioni accordate alle societa’ cinesi” dice il diplomatico. “Il petrolio si e’ trasformato in una maledizione per la nostra gente; le ingerenze internazionali continuano a ostacolare la ripresa dell’economia, devastata dalla guerra”.

Al centro dell’intervista, al Westin Excelsior Hotel, a margine di un incontro di diplomatici a Roma, le difficolta’ nell’attuazione dell’accordo di pace firmato ad Addis Abeba nel settembre 2018 grazie a una mediazione dell’Unione Africana.

Contrasti tra il presidente Salva Kiir e l’ex capo ribelle Riek Machar su una serie di questioni, dall’unificazione dei comandi militari ai confini degli Stati della Federazione, hanno spinto a posticipare di cento giorni la nascita del governo di unita’ nazionale prevista per il 12 novembre. Stime dell’Onu indicano che in cinque anni il conflitto civile ha provocato circa 400mila morti e milioni di profughi. Secondo l’ambasciatore, pero’, nuovi rischi sono legati all’atteggiamento della “troika”, composta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, e in generale della cosiddetta comunita’ internazionale.

“È triste che chi urlava notte e giorno per la pace in Sud Sudan ora non ci stia aiutando, anzitutto da un punto di vista finanziario” denuncia Marik. “La guerra ha distrutto la nostra economia e non abbiamo i fondi necessari per garantire l’attuazione dei punti dell’accordo”.
La tesi dell’ambasciatore e’ che Kiir, acconsentendo al rinvio della nascita del governo di unita’ nazionale, abbia dimostrato ancora una volta la sua buona volonta’. Sarebbe invece Machar, minacciando un ritorno al conflitto, ad alimentare nuove incertezze.

“Insieme con alcuni Paesi europei, come la Gran Bretagna, sta gettando ombre su un Paese dove gli scontri armati sono in realta’ cessati da tempo” sostiene Marik. “Oggi anche societa’ europee, ad esempio Repsol ed Eni, potrebbero invece venire a investire”.

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