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Cresce la tensione in Sud Sudan, l’appello di Sant’Egidio: “Evitare la guerra civile”

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Paolo Impagliazzo, segretario generale della Comunità, sottolinea il rischio che la crisi politica del principale partito di opposizione del Paese africano possa mettere a repentaglio il delicato equilibrio sancito dagli accordi di pace
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ROMA – La crisi politica in corso in Sud Sudan “è fonte di grande preoccupazione e ha il potenziale per poter diventare una guerra civile”. L’imperativo quindi, è quello di “evitare a tutti i costi un conflitto, in un Paese dove circa il 90 per cento della popolazione riesce ad alimentarsi grazie al sostegno del Programma alimentare mondiale e delle agenzie internazionali”. Timori e moniti del segretario generale della Comunità di Sant’Egidio, Paolo Impagliazzo, che all’agenzia Dire ha commentato i recenti sviluppi della crisi politica che sta attraversando il principale partito di opposizione del Paese africano e che rischia di mettere a repentaglio il delicato equilibrio sancito dagli accordi di pace siglati nel settembre 2018 e poi nel febbraio 2020.


La settimana scorsa, scontri a fuoco sono scoppiati tra fazioni dell’ala militare del Sudan People’s Liberation Army-in Opposition (Spla-Io) nello Stato dell’Upper Nile, punta nord-orientale del Paese, tra gruppi di militari scontenti e uomini fedeli al leader del partito e vicepresidente del Paese, Riek Machar. Le ostilità hanno portato alla destituzione di quest’ultimo dalla guida del partito e alla sua sostituzione ad interim con il generale Simon Gatwech Dual. Negli scontri, sono morte almeno 34 persone. Machar è stato uno dei protagonisti della guerra che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011, della guerra civile scoppiata contro gli uomini del presidente Salva Kiir due anni dopo e terminata nominalmente solo nel 2020, e infine del processo di riconciliazione ancora in corso.


La sua deposizione da massimo dirigente dell’Spla-Io non è da considerarsi poca cosa, evidenzia Impagliazzo, che prova ad analizzarne le cause e le possibili conseguenze. “L’abbandono di Machar da parte dell’ala militare del partito è il culmine di una progressiva perdita di fiducia nel suo operato in seno al governo di unità nazionale che va avanti da tempo”, dice il dirigente di Sant’Egidio. “I soldati criticano il vicepresidente del governo anche perché c’è stato un forte scollamento tra l’anima politica e quella militare del Spla-Io: basti pensare che Machar non si è ancora mai recato a incontrare i militari nell’Upper Nile, roccaforte del partito, mentre questi ultimi non sono mai andati nella capitale Juba per ragioni di sicurezza”.


Un capitolo a parte lo meritano però gli accordi di pace, secondo Impagliazzo. “L’intesa siglata nel 2018 e la sua lenta attuazione sono allo stesso tempo vittime e principali responsabili di questo impasse politico”. A far montare il disappunto dei soldati, prosegue il segretario, “è stata soprattutto la mancata messa in pratica del capitolo due degli accordi, quello relativo ai cosiddetti ‘security arrangements’, che attengono proprio alla creazione di una forza armata unificata che comprenda gli uomini leali a Machar e quelli fedeli a Kiir”. Secondo Impagliazzo, se le richieste dei soldati in merito a questi aspetti non dovessero essere ascoltate, il “rischio di guerra civile è reale”.


Le complessità legate all’attuazione dell’intesa del 2018 sono poi amplificate da altre dinamiche critiche, che rischiano di alimetare la violenza e che preoccupano in modo particolare Sant’Egidio, impegnata da oltre un anno e mezzo a mediare tra il governo e i gruppi ribelli che non hanno firmato gli accordi tre anni fa, racchiusi sotto la sigla Ssoma, ovvero South Sudan Opposition Moviment Alliance. “Nodi critici sono legati ai conflitti intercomunitari e alla competizione per le risorse e la terra che spingono allo scontro armato pastori e coltivatori, spesso strumentalizzati anche dalla politica”, dice Impagliazzo. “Negli ultimi mesi si sono poi aggiunte le richieste della società civile: a Juba di recente si è costituta la Civil society action alliance, che vede la partecipazione di personaggi molto noti a Juba e ha chiesto cambi radicali al governo e al partito principale fautore dell’indipendenza, l’Spla”. Impagliazzo riferisce che la coalizione “ha creato un certo scompiglio: dei quattro firmatari uno è stato arrestato, uno vive all’estero e due hanno fatto perdere le loro tracce”.


Scenario critico quindi, anche se all’orizzonte si intravede la possibilità che il peggio possa essere scongiurato. “Ieri si è riunito in emergenza il blocco regionale del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale, l’Igad”, evidenzia Impagliazzo. “Nei prossimi giorni è prevista una visita in Sud Sudan del presidente di turno dell’Igad Abdalla Hamdok, il primo ministro del vicino Sudan, e poi, in due diverse missioni, dell’inviato speciale per il Sud Sudan, Ismail Wais, e del segretario esecutivo dell’organismo Workneh Gebeyeh. È un tentativo molto importante – conclude Impagliazzo, “arrivare a una de-escalation in tempo è fondamentale“.

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