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Adelante, ma non con juicio: la montagna ci dice che siamo approssimativi

Montagna scarponi
Dalla Valle d’Aosta all’Emilia-Romagna i soccorritori son preoccupati. E allora aggiornate il cartello “Chi ama la montagna...”
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BOLOGNA – “Chi ama la montagna le lascia i suoi fiori”, dicevano alcuni cartelli gialli ormai di qualche tempo fa che accompagnavano gli escursionisti sui sentieri. “Chi ama la montagna ‘salga’ vestito bene”, dovrebbero dire oggi, se li volesse aggiornare. E forse almeno dei cartelli così, come fossero ‘semafori’ all’imbocco dei sentieri, anche i più semplici, non guasterebbero. A quanto pare, infatti, che siano Alpi o Appennini i rischi oggi minacciano più la sopravvivenza di chi si avventura con troppa leggerezza più che quella della flora di montagna. Si improvvisa troppo. E in questi giorni lo hanno certificato i direttori dei soccorsi alpini della Valle d’Aosta e dell’Emilia-Romagna. “Le persone che vediamo sul ghiacciaio da sole, slegate, in pantaloncini corti, non credo siano lì a sfidare nessuno o a far vedere di essere più forti degli altri. Semplicemente ignorano che sotto di loro c’è un mondo, fatto di crepacci, e se ci finisci dentro non hai chance se non sei legato con qualcun altro”, ha detto il primo parlando anche del problema del proliferare di troppi runner d’alta quota “incoscienti”. “In montagna è necessario arrivare preparati”, dicono dall’Emilia-Romagna dove le chiamate ai soccorritori, oltre 500 l’anno scorso, sono pressochè quotidiane. Improvvisamente la montagna, maestra (anche severa) di vita, sembra essere diventata ulteriore cartina di tornasole di approccio, uno stile un po’ troppo ‘leggero’.

In tempi in cui, anche per via del Covid, la ricerca dell’evasione si è fatta impellente e urgente, le vette sono diventate una meta a portata di mano, e desiderata (specie dopo l’annata di sci persa). Altro che isolati (e costosi) atolli esotici da cartolina, un tempo icona dell’evasione ‘da sogno’: la montagna è lì, a due passi. Basta poco. “Alzate un momento gli occhi: la montagna in Italia è dappertutto, è sempre lì, nessuno l’ha portata via, nessuno può comprarla o recintarla. È il nostro spazio libero, tanto che possiamo camminare dalla Calabria al Friuli Venezia Giulia senza mai scendere a valle”, ha scritto di recente Paolo Cognetti parlando di quanto sia oggi “rivoluzionario” scegliere questi terreni per distaccarsi dalla vita ‘terrena’ quotidiana. Eppure, chi sta in montagna dice che questo ambiente diventa un altro ‘termometro’ di un certo modo di ‘stare al mondo’: la corsa a prendersi, a volere, a vivere l’emozione forte… Sembrerebbe, la tendenza a vivere per un desiderio e in nome di un’emozione che però poi può schiacciare e paralizzare. E la montagna appunto è severa. “Molti pensano che un’escursione sui sentieri dell’Appennino sia semplice come una giornata al mare. Sbagliano, una gita in montagna va preparata, nei minimi dettagli, almeno due giorni prima di partire”, dicono i soccorritori emiliano-romagnoli e raccomandano bussola al posto del gps del telefono, cartina di carta e non sullo schermo che magari si spegne per le tante foto fatte col cellulare… Ma questo appunto prevede che si ‘studi’, che si salga per le vette non in sandali (e succede davvero), ma carichi di felpe e giacche tecniche, cappello e occhiali da sole, acqua, e perfino torce frontali.

Andare non è questione di arrivare, ma di muoversi ‘bene’: se si sacrifica la strada alla meta, alla fatica che impone, si sacrifica la ‘lezione’ della montagna. Un Papa che amava i monti della Valle d’Aosta ha detto: “La montagna non solo costituisce un magnifico scenario da contemplare, ma quasi una scuola di vita. In essa si impara infatti a faticare per raggiungere una meta, ad aiutarsi a vicenda nei momenti di difficoltà e a gustare i momenti di silenzio. A riconoscere la propria piccolezza in un ambiente maestoso”. Ecco, i soccorritori ci dicono che, più spesso, c’è un ribaltamento: si sale per ‘imporre’ una propria ‘visione’ delle cose, del divertimento e dello svago. La maggior parte di chi ama la montagna le lascia i suoi fiori e ci va vestito (attrezzato) a dovere, responsabilmente. Questo è indubbio. Però è anche vero che i soccorsi alpini hanno dovuto chiarire che d’ora in poi certi soccorsi non sono più gratis… Basta? Forse no. Serve un Daspo montano a chi si comporta male e magari compromette altri interventi (“in Valle d’Aosta abbiamo un solo elicottero, due nei periodi di maggiore affluenza. Se un elicottero è impegnato in un soccorso inutile, non può dare assistenza a un infarto o un incidente grave”)? Sciocchezze. Un tornello pre-sentiero? Sarebbe da barzelletta. No, no… La montagna è un richiamo troppo forte, troppo bello (“Ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene”, per dirla con Cognetti), ma a maggior ragione resta tra i posti che dicono chi siamo e come siamo. E questo agosto che fa prendere parola ai soccorritori fa pensare. “Chi va in montagna deve far propria la cultura della montagna. Che non è fatta di approssimazione”, dice il Soccorso alpino dell’Emilia-Romagna. Almeno aggiorniamo i cartelli.

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