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VIDEO | “La fede che salva’, in esclusiva dal carcere di Milano Bollate storie di chi ha scelto di cambiare

Viaggio con i ministri di culto e volontari dei Testimoni di Geova

Pubblicato:18-01-2024 09:17
Ultimo aggiornamento:18-01-2024 15:44
Canale: Lombardia
Autore:
reportage bollate la fede che salva
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ROMA – “Certo che si può cambiare”. Giuseppe, detenuto nel carcere di Bollate con una condanna a 16 anni, risponde con dolcezza e senza titubanza. Non è più il ragazzo di un tempo, racconta, e dietro queste sbarre, in una Sala del Regno che inizia a riempirsi intorno alle tre di pomeriggio per la riunione settimanale, ha trovato una nuova strada. È piena di luce, dice Anna, un’altra detenuta, citando un Salmo, mentre mischia le lacrime alle promesse. Le detenute si sono riunite in una stanza, la loro accoglienza è soffice. Silenziose, timide, confidano le loro storie con pudore e hanno dei doni: una penna, una dedica, un libro. Accompagnate dalle volontarie dei Testimoni di Geova, Angela, Monica e Caterina, raccontano di fragilità, di essersi perse, di mariti lasciati a casa. Così, camminando nei lunghi corridoi del carcere di Bollate, scorgendo l’alto muro di cinta, le pattuglie di polizia che vigilano in modo dinamico, perché qui i detenuti in cella tornano solo a dormire, sbuca la foto di Falcone e Borsellino e poi quella targa dorata in cui Dante ricorda che fatti non fummo “per viver come bruti”.

Le chiavi che chiudono porte e cancelli, i poliziotti, l’infermeria, e quel braccio VII color azzurro dove sono reclusi i sex offender disegnano un labirinto regolare e geometrico, dove l’inizio e la fine non si vedono mai, i rumori sbattono sulle pareti e si resta al centro di un dedalo che scatena troppe domande. E in questo viaggio che assomiglia a quella Divina Commedia che inizia dall’inferno fanno da sentinelle Roberto e Francesco, ministri di culto per le carceri, volontari dei Testimoni di Geova anche loro, che ai detenuti dedicano tempo e assistenza come impegno della loro fede. Francesco che ha oltre 80 anni è una vera “autorità” in carcere: saluta tutti, non c’è detenuto che non si fermi a scambiare qualche parola con lui. Roberto si emoziona a parlare della sua esperienza all’interno del carcere: “Da oltre 20 anni svolgiamo questa forma di volontariato nel carcere di Bollate secondo il principio che i detenuti sono “reclusi ma non esclusi” dall’insegnamento dei valori morali esposti nella Bibbia. Alcuni di loro hanno un passato molto violento e cambiare in un ambiente come questo non è facile. Sostenerli e vedere da vicino come riescono a migliorare la loro personalità è molto emozionante. Per me è l’opera umanitaria più importante a cui mi possa dedicare”.

È il direttore del carcere di Milano Bollate, Giorgio Leggieri, a spiegare alla Dire che “Bollate – che ospita quasi 1.400 persone – è il carcere della seconda possibilità per detenuti che hanno scelto di fare un percorso di trattamento avanzato. Una strada possibile solo nella misura in cui le persone abbiano dimostrato idoneità a una maggiore autodeterminazione”. Qui si lavora, ci sono sedi di aziende, “nell’area industriale lavorano quasi 140 persone ogni giorno” e al mattino, spiega Leggieri, “240 detenuti escono per lavorare all’esterno e rientrano la sera”, come previsto dall’articolo 21. Nel reparto dei sex offender, dove ci sono 400 persone di cui “l’80% condannati per reati sessuali” si applica un trattamento intensificato, “da due anni anche per stalker e maltrattanti con uno sguardo sempre attento alla vittima del reato”, spiega il direttore, ricordando che questo percorso “è gestito dalla cooperativa CIPM da una decina d’anni”. E poi c’è la spiritualità e la fede, qualcosa che in questo carcere non è secondario: “Vedo in questo Istituto la grande possibilità di esprimere la libertà di culto. La presenza della Sala del Regno (luogo di culto dei Testimoni di Geova per lo studio della Bibbia, la preghiera e il canto) è un esempio”.

Nel V reparto la porta della Sala è aperta e sono tanti i detenuti che arrivano: “un’occasione di incontro”, come spiega l’ispettrice Rosa Cimadomo che ha l’ufficio proprio di fronte. Alcuni hanno iniziato un percorso di studio della Bibbia, altri vedono in quel momento una condivisione, magari una sosta per pensare, l’inizio di una nuova vita. Samuela Cuccolo, comandante del carcere lo conferma: “Ci sono persone che avvicinandosi a un culto hanno un cambiamento profondo”.

Matilde Napoleone, una delle educatrici del carcere di Bollate, parla di Giuseppe, il ragazzo detenuto che ha un reato molto grave da scontare e dice: “Questo incontro con la religione lo ha trasformato profondamente”, anche quando si relaziona al suo reato: è qualcosa che non dimentica mai”. E quando c’è da aiutare qualcuno, un detenuto in grave difficoltà, Giuseppe non si tira indietro anzi dedica il suo tempo. “L’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario elenca gli elementi del trattamento e l’attività religiosa è uno di questi”, ricorda Roberto Bezzi, responsabile dell’area Educativa-Trattamentale che sottolinea proprio questo: “le pene devono essere certe, ma soprattutto efficaci”. L’ obiettivo è che queste persone cambino e “che la pena sia una svolta biografica”.

La svolta l’ha vista in tanti detenuti incontrati lo psicoterapeuta Domenico Mustone: “Alcune di queste persone hanno bisogno di perdono, un bisogno profondo”. Fabio, giovanissimo, che qui a Bollate deve ancora scontare l’ultimo di una pena lunga 12 anni e vuole uscire “da uomo libero”, questo perdono lo ha cercato, prima di tutto dalla sua famiglia di Testimoni di Geova, da cui si era allontanato. “Quando ho avuto la condanna qualcosa dentro di me era rimasto dei valori che mi erano stati insegnati e ad un certo punto ho avuto la necessità di tornare alla verità”. E ad ascoltarlo torna in mente quella commedia divina e quella storia solenne della retta via smarrita. E quando varchi la soglia di Bollate trovi quello che non ti aspetti in un luogo di pena: la speranza.

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2024-01-18T15:44:17+01:00