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Il contagio corre, Natale alle porte… Arrivano le strette mentre i partiti pensano ad altro

coronavirus mascherina
L'editoriale del direttore Nico Perrone
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ROMA – I numeri in aumento parlano chiaro, il virus corre e contagia. Anche se al momento il sistema sanitario sta reggendo gli esperti stanno già pensando alle contromisure da adottare. Soprattutto perché Natale si avvicina e nessuno vuole e pensa di chiudere di nuovo tutto e tutti. Chi segue la curva del virus parla di aumento vertiginoso dei casi e, secondo loro, addirittura, arriveremo a 30mila contagiati al giorno sotto le festività. A livello governativo è partito l’allarme e già questa settimana si capirà quali strette arriveranno.

Per quanto riguarda il green pass, ad esempio, si sta pensando di ridurre la sua validità a nove mesi invece di un anno. Ancora una volta si spinge la popolazione a rompere gli indugi e a vaccinarsi anche con la terza dose. Su questo versante un’altra novità in arrivo è la riduzione della validità dei tamponi per ottenere il certificato verde: 48 ore invece di 72 per il molecolare, 24 ore invece di 48 l’antigenico.

Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, vede giallo: “Con il 10% delle terapie intensive superato, penso che in zona gialla come Regione ci andremo – spiega il governatore – un’area che non mi preoccupa per le misure in sé, perché vuol dire mascherine all’aperto, quattro al tavolo al ristorante… Mi preoccupo per l’aumento dei contagi e delle ospedalizzazioni, ma soprattutto per la tappa successiva, la zona arancione. In quel caso sarebbero danni enormi all’economia, a dei settori imprenditoriali che hanno battuto e combattuto la crisi dovuta alla pandemia stessa, e non possiamo permettercelo. Nel caso dovessimo andare dalla zona arancione in su, penso che il prezzo delle chiusure non le possano pagare i vaccinati“, ha detto Fedriga.


Per quanto riguarda il dibattito politico al centro c’è la legge di Bilancio, che domani arriva al Senato. Non c’è molto tempo e, soprattutto, da parte del Governo si è già fatto capire che non potrà cambiare se non in piccole cose. Dall’opposizione Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, se la prende col poco tempo concesso per colpa dei ritardi dell’esecutivo che, di fatto, umilia il lavoro parlamentare. Da parte del Pd, invece, si teme che la manovra possa diventare terreno di scontro per la partita del Quirinale che si giocherà da metà gennaio. Per questo il segretario Enrico Letta ha proposto di riunire i partiti di maggioranza attorno allo stesso tavolo per trovare un accordo e approvarla per tempo, mostrando agli altri Paesi europei che l’Italia sta rispettando i patti.

Difficile però che l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, ormai alle porte, non entri a gamba tesa nel confronto tra i partiti. Ogni giorno spunta un nuovo nome, che si va ad aggiungere ai già tanti che sono stati fatti in questi mesi. Dopo il ‘no’ ripetuto più volte dal presidente Mattarella per una possibile proroga al 2023 del suo mandato, sul piatto resta la possibile candidatura del premier Mario Draghi. In molti lo vorrebbero inchiodare a Palazzo Chigi fino al 2023, chi per sgomberare il campo (Berlusconi e company), chi per farlo bruciare a fuoco lento nei mesi che arriveranno, dominati da campagne elettorali giocate all’ultimo sangue.

Toccherà a Draghi, forse al tradizionale incontro di fine anno con i giornalisti, sciogliere il nodo e far capire le sue intenzioni. A chi si preoccupa, per propria convenienza o terrore, che l’ascesa di Draghi al Colle porti subito al voto anticipato, basta ricordare che la stragrande maggioranza dei parlamentari sa bene che non tornerà più nei fastosi palazzi, che non prenderà più stipendi da favola. Quindi fino all’ultimo giorno utile ognuno resterà incollato alla poltrona, pronto a sostenere qualsiasi esecutivo che arrivi alla fine della legislatura, salvando anche il futuro vitalizio. Situazione complicata perché, come diceva il grande Stanislaw Jerzy Lec “il peso di un problema va calcolato al lordo, noi compresi”.

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