‘Bestiario dei giorni di festa’: i versi postumi di Gabriele Galloni

gabriele galloni_foto Dino IGnani
Il poeta è morto nel 2020 a 25 anni. L'Agenzia Dire ha chiesto all'amico e scrittore Giorgio Ghiotti di presentare la raccolta uscita per Ensemble
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Foto di copertina di Dino Ignani

ROMA – Il poeta Gabriele Galloni, scomparso pochi mesi fa a soli 25 anni, ha lasciato una raccolta di quaranta poesie, quasi tutti di tre versi endecassilabi – sul modello dei bestiari medievali – che la casa editrice Ensemble di Roma ha recentemente pubblicato.

L’agenzia Dire ha chiesto all’amico e poeta Giorgio Ghiotti di scrivere una presentazione:

Ho davanti il nuovo libro di Gabriele Galloni, ‘Bestiario dei giorni di festa’, uscito a fine dicembre 2020 per l’editore Ensemble di Roma. Un libro prezioso e coltissimo anche quando indossa i panni dello scherzo, del divertissement, un lavoro che ho avuto l’onore di sentire letto, di terzina in terzina, dalla voce del poeta – con passione ineguagliabile e grazia insondabile – una sera d’inizio 2020, a casa di una comune amica. Ora che il libro è uscito e che Gabriele purtroppo non c’è più, lo sfoglio di continuo come un amuleto, una bussola che indichi il nord, e subito penso a due versi di poeti lontanissimi tra loro per secolo e ispirazione: Emily Dickinson che scrive “l’assenza del mago non annulla il sortilegio” e Carlo Bordini (anche lui recentemente scomparso): “anche se il corteo è già morto / l’incedere è ancora magico”. È così per la poesia di Gabriele, che riesce a incantare e a stupire anche senza di lui, che ci tiene compagnia e ci risarcisce, almeno in piccola parte, del vuoto della perdita.

‘Bestiario dei giorni di festa’ è una bellissima sfilata di animali, come passeggiare in un museo di storia naturale; eppure mentre guardiamo con interesse antichissimo le teche dalle quali si affacciano gli animali (mentre leggiamo le quaranta poesie che compongono il libro), scopriamo di specchiarci in noi stessi. Terzina dopo terzina, rima dopo rima, siamo noi il riccio, la mucca, la balena, il gatto e il cane, lo struzzo, l’elefante e il lemure, la lince e il cammello… Animali come simboli, sorpresi e catturati per sempre nell’attimo del gioco, dello scherno, della debolezza, dell’amore goffo e tenerissimo, del sogno più alto – perché c’è come il sogno di un qualcosa dentro queste poesie che sarebbe difficile identificare e chiamare, ed è forse il sogno di toccare con mano la verità mutevole e cangiante dell’animale che ci abita. Basta così poco a Galloni, appena tre versi, per evocare mondi che ci appartengono, tic e istinti, sentimenti sublimi e miseri, cattiverie e speranze. Spetta però solo al poeta il primato poetico che gli permette di sancire con una perfezione e una nudità commoventi, scrivendo del camaleonte: “Somiglia sempre a quello che non è. / A volte è un albero, a volte un’altra bestia – / di notte capita che sembri me”.

Ecco tre brani dalla raccolta:

La tartaruga

È facile, se sei una tartaruga,
misurare con precisione il tempo –
il secondo di un pianto o di una ruga.

Il maiale

Il maiale divora le carcasse
dei suoi simili. Si fa il bagno nei liquidi
mortuari; è sempre il primo della classe.

La balena

Inghiottirà tutta l’acqua di Dio?
La balena travolge le foreste
marine – è buio abbandonato l’Io.

Gabriele Galloni, (Roma 1995-2020). Ha pubblicato le raccolte poetiche “Slittamenti” (Augh!, 2017), “In che luce cadranno” (RP, 2018), “Creatura breve” (Ensemble, 2018) e “L’estate del mondo” (Marco Saya, 2019). Ha pubblicato, inoltre, la raccolta di racconti “Sonno giapponese” (Italic Pequod, 2019).

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