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11 settembre, dopo bin Laden il Sudan è ancora in cerca della pace

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Il Paese in cui aveva trovato riparo l'ex leader di Al Qaeda è uscito dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. L'attivista Gasim chiede al mondo più fiducia
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ROMA – Un Paese che “una volta sosteneva il terrorismo”, ora non più santuario di organizzazioni eversive ma costretto comunque a fare i conti “con un lascito pesante fatto di debiti, poca trasparenza e poca fiducia da parte della comunità internazionale“. Una fiducia che “potrebbe non tornare” anche adesso che sono state rimosse le sanzioni economiche, anche perché “diversi elementi del vecchio regime rimangono nel governo“. È questa la parabola del Sudan, secondo Abdelrahman Gasim, avvocato e co-fondatore di Darfur Bar Association, rete di oltre 500 legali nata nel 1995 e presente in numerose località con attività di supporto e promozione dei diritti umani.


A venti anni dall’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, l’agenzia Dire ragiona con Gasim di cosa ne è stato del Sudan in questi due decenni. Il Paese, che ha perduto la sovranità sulla parte meridionale del suo territorio, diventata nel 2011 indipendente come Stato del Sud Sudan, ha giocato un ruolo nel percorso che ha portato agli attentati di Al Qaeda. Khartoum già nel 1993 era stata inserita nella lista dei Paesi sostenitori del terrorismo dagli Stati Uniti. Al governo c’era Omar al-Bashir, salito al potere quattro anni prima e rimastovi fino all’aprile 2019, quando una rivolta popolare prima e un intervento dell’esercito hanno messo fine al suo governo trentennale. Tre decadi durante le quali in terra sudanese avevano trovato però riparo esponenti di spicco della galassia jihadista internazionale. Su tutti, Osama bin Laden, rampollo di una famiglia di costruttori sauditi, che guidò Al Qaeda fino alla sua morte nel maggio 2011 in Pakistan, ritenuto il padre almeno ideologico degli attentati alle Torri gemelle.

Era stata anche la sua presenza nel Paese a spingere il governo americano a ritenere il Sudan direttamente coinvolto negli attentati che precedono l’11 settembre: le bombe alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998, dove persero la vita rispettivamente 213 e 11 persone, e poi l’attacco al cacciatorpediniere americano Uss Cole, ormeggiato al largo delle coste yemenite, che provocò 17 vittime tra i marinai americani. I familiari di molte delle persone uccise in quegli attentati avevano fatto causa direttamente a Khartoum chiedendo un risarcimento per il suo ruolo negli attacchi. Il risultato sono stati i 365 milioni di dollari che il governo di transizione guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok ha versato l’anno scorso alle vittime e che, nell’ambito di un processo che andava avanti da anni, sono anche valsi al Sudan la rimozione dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo.


Risarcimenti e atti anche simbolici, che però non esauriscono il “grande sforzo” che dovrà fare il Sudan per tornare alla normalità, secondo Gasim. “Il Paese ha ereditato pesanti debiti e una condizione di mancanza di trasparenza che ha fatto perdere fiducia al resto del mondo”, sottolinea l’avvocato, convinto che “che uno dei problemi è rappresentato anche dal fatto che diversi elementi della formazione di al-Bashir, il Partito del congresso nazionale, continuano ad avere ruoli nell’amministrazione e nei servizi di sicurezza“.


Proprio questi ultimi, secondo l’attivista del Darfur, avevano avuto un ruolo nel fare del Sudan un Paese dove “i terroristi erano finanziati e si addestravano in campi segreti solo per stranieri”. Era stato poi proprio il dirigente più in vista dei servizi di sicurezza, il controverso Salah Gosh, a “iniziare a trattare in forma privata con gli Stati Uniti per far uscire il Paese dalla lista dei Paesi sponsor per alleviare il peso delle sanzioni”.

L’attuale governo di transizione che si è insediato dopo la fine dei 30 anni di al-Bashir ha ricevuto un mandato di 39 mesi a partire dall’agosto 2019, con il compito di traghettare il Paese verso libere elezioni entro il dicembre 2022. Molti gli impegni prefissati dall’esecutivo, composto da un consiglio sovrano misto militare e civile e da un Consiglio dei ministri, anche di accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi).


Tra gli obiettivi raggiunti c’è appunto l’uscita dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, ma lo sguardo del responsabile della Darfur Bar Association è rivolto al futuro, alle sfide e alle criticità che attendono Khartoum. “Ancora non sono state attuate riforme serie della giustizia e delle istituzioni civili” dice l’avvocato. “Un altro punto importante è rappresentato dal fatto che gli accordi di pace con i gruppi ribelli del Darfur, i Monti Nuba e il Blu Nilo sono ancora incompleti e che i negoziati vanno avanti lentamente”.


Il riferimento è alla mancata intesa con il Movimento di liberazione popolare del Sudan-Nord (Splm-N) guidato da Abdelaziz al-Hilu, basato negli Stati meridionali del Nilo blu e del Kordofan meridionale, e con la fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) di Abdul Wahid Mohamed al-Nur, attiva nello Stato occidentale del Darfur, che non hanno siglato un accordo di pace tra governo e gruppi ribelli, raggiunto a Juba il 3 ottobre 2020.

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