hamburger menu

È morto il virologo Luc Montagnier. “Non ricordatelo come paladino dei no vax”

L'immunologo Vittorio Colizzi, che ha lavorato con il Premio Nobel per la Medicina che aveva scoperto il virus dell'Hiv: "È stato usato, non era contro il vaccino ma voleva più dati"

virologo montagnier

ROMA – È morto il virologo Luc Montagnier. Il medico, scomparso all’età di 89 anni, aveva vinto il Premio Nobel per la Medicina nel 2008 insieme alla collega Françoise Barré-Sinoussi dell’Istituto Pasteur di Parigi per aver scoperto il virus dell’Hiv nel 1983. Negli ultimi tempi, il nome del luminare era tornato alla ribalta per le sue posizioni contrastanti con la comunità scientifica sul Covid-19 e non solo. Ed era diventato un punto di riferimento della galassia no vax, partecipando anche, lo scorso 15 gennaio, a una manifestazione organizzata dal senatore Gianluigi Paragone.

COLIZZI (TOR VERGATA): “SUL CORONAVIRUS MONTAGNIER VOLEVA PIÙ DATI”

“Sono convinto che Luc Montagnier non fosse un paladino dei ‘no vax’, perché lui accettava la vaccinazione. Sul coronavirus voleva avere più dati e lo hanno fatto diventare paladino, non dico a sua insaputa, ma hanno travisato tanto di Montagnier, che sui vaccini si è invece speso molto. Per quanto riguarda il coronavirus, Montagnier andava a cercare cose nuove, come ha fatto negli ultimi dieci anni con le sue teorie non provate e anche su questo tema era aperto ad altre possibilità”. Così alla Dire il professore di immunologia all’Università di Roma Tor Vergata, Vittorio Colizzi, che si trova in Ciad, e che negli anni ’80 a Roma e Parigi e nei primi anni 2000 in Africa, in particolare in Camerun e Costa d’Avorio, ha lavorato al fianco di Luc Montagnier.

“LUI TIMIDO E INTROVERSO, È STATO USATO”

Colizzi precisa che “non mi ha sorpreso affatto vedere Montagnier in piazza a Milano, una piazza gremita di no vax. Essendo una persona molto introversa e timida, è stato ‘utilizzato’, non dico circuito, ma messo in mezzo. Questo forse gli ha fatto piacere ma ritengo sia eccessivo dire che fosse un no vax“. L’immunologo racconta che “Luc Montagnier era una persona molto introversa e timida. A volte non riusciva ad esprimere la propria visione. Però, purtroppo, la scienza si basa sull’evidenza e la comunità scientifica lo ha un po’ messo ai margini, soprattutto negli ultimi anni”.

L’IMPEGNO SULL’AIDS IN AFRICA

Colizzi ricorda di aver “lavorato insieme a lui un po’ sul fronte della ricerca negli anni ’80, molto di più invece a partire dal 2000 in Africa quando, insieme a Robert Gallo, abbiamo realizzato a Yaoundé, capitale del Camerun, un centro di ricerca internazionale sull’Aids, finanziato dall’Italia. Un centro dove ancora oggi lavorano moltissimi ricercatori camerunesi formati nel nostro Paese, che studiano e curano l’Aids al massimo livello scientifico e terapeutico come avviene a Roma, Berlino e Parigi. Considero quello il momento più forte della mia vicinanza con Luc Montagnier. Al di là del suo grande contributo, riconosciuto dal Nobel e dalla comunità internazionale, voglio proprio ricordarlo per il suo notevole impegno in Africa”.

“ERA UNO SPIRITO LIBERO, A VOLTE CONFONDEVA VISIONE E REALTÀ”

L’immunologo di Tor Vergata aggiunge infine che “negli ultimi anni Montagnier era uno spirito talmente libero che cercava di trovare anche cose nuove e come tutti gli spiriti liberi molte volte anche lui confondeva la visione con la realtà. Ha tirato fuori una serie di ipotesi che poi la comunità scientifica non è riuscita mai a provare. E, di fatto, ha iniziato a fare tutta una serie di ipotesi che potrei definire ‘fantascientifiche’ e che la comunità scientifica stessa non ha mai approvato, fino ad arrivare alle sue posizioni abbastanza scettiche sulle vaccinazioni”.

PREGLIASCO: “SPERO NON SIA RICORDATO PER IL NEGAZIONISMO SCIENTIFICO”

Anche il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, commenta con la Dire la morte di Montagnier: “Spero non sia ricordato per il negazionismo che da ultimo lo aveva contraddistinto, tanto da renderlo un testimonial no vax, ma per le sue ricerche sull’Hiv che gli hanno valso il Nobel. Insieme a lui, però, altri ricercatori contribuirono a quel risultato e forse il Nobel sarebbe dovuto andare anche a Robert Gallo“.

“PIETRA MILIARE DELLA RICERCA”

“È doloroso sapere della sua morte – prosegue Pregliasco -, è stato comunque una pietra miliare della ricerca insieme ad altri. Provo però profonda tristezza per la sua posizione anti-scientifica, assunta in vecchiaia. Il suo ruolo di testimonial no vax è stato perfetto, proprio per la sua autorevolezza di scienziato che però è stato allontanato anche per dichiarazioni pregresse sulla papaya per la cura dell’Hiv e per la terapia del Parkinson“.

Secondo Pregliasco, comunque, “il suo negazionismo tuttavia non oscura il merito delle sue ricerche sull’Hiv, è il suo percorso successivo che lascia dubbi, ma non ho certezza se sia stato dovuto alla vecchiaia o ad altro. Se dovesse succedere di nuovo, di avere uno studioso che fa un’inversione straordinaria sul metodo scientifico, dovremo ricordare che mettere in dubbio è sano solo se è suffragato da dati scientifici robusti. Bisogna dichiararlo: la mia è un’ipotesi, la ricerca su questo può essere ampliata”, conclude il virologo del Galeazzi.

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

2022-02-14T10:03:05+02:00