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Il Sahel è decisivo, ma per l’Ue la prima sfida è capire

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Voci da webinar organizzato da Iai, Nupi e Scuola Sant'Anna Pisa
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ROMA – Il Sahel è il principale dossier europeo per quanto riguarda le politiche di sviluppo e una regione complessa dove i concetti di autorità statale, di confine e finanche di terrorismo necessitano di una revisione e di un adattamento. Comprendere, prima di qualsiasi altra cosa, è quindi la necessità chiave. Questa la lezione che emerge dall’incontro ‘Governance, Fragility and Insurgency in the Sahel: A Hybrid Political Order in the Making’, che si è tenuto oggi in forma ibrida online e a Roma. L’appuntamento è stato organizzato dall’Istituto affari internazionali (Iai), dal Norwegian Institute of International Affairs (Nupi) e dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa.

La rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Sahel, Emanuela Del Re, è intervenuta ricordando che la regione “è il principale dossier per le politiche di sviluppo” di Bruxelles, che per questo l’Europa non dovrebbe temere la competizione di altri attori, se non nella misura in cui questa l’aiuti a comprendere “che siamo il primo partner commerciale e politico del Sahel ma per mantenerci tale dobbiamo continuare a lavorare”.

Un accenno, quello di Del Re ad altri attori, che è stato letto come un riferimento alla Russia e al suo controverso ruolo soprattutto in Mali da parte di Morten Boas, ricercatore del Nupi. L’esperto si è detto concorde con la rappresentante speciale, già viceministra italiana per gli Affari esteri e l0a cooperazione internazionale. “Questa isteria per quanto concerne la Russia è ingiustificata – ha detto Boas – visto che i cittadini e le autorità del Mali sanno che c’è molto che Mosca può fare, ma molto di più che non è in grado di fare”.

Parlando sempre del Mali e del conflitto in corso da circa dieci anni tra Stato e gruppi di ispirazione jihadista e indipendentisti tuareg che operano in alcune aree del Paese, soprattutto nel centro e nel nord, il ricercatore ha detto che “è importante tenere a mente che molti, anche gli abitanti della aree più colpite, pensano che ci possa essere una soluzione alternativa al conflitto”.

Un’evoluzione possibile questa, se ci si predispone però ad accogliere dei cambi di paradigma quando si parla di autorità, di Stato e soprattutto di governance. “Non è vero che i gruppi armati non ne hanno un modello”, ha detto Boas in riferimento a quest’ultimo elemento. “Le nostre ricerche mostrano un fenomeno che noi chiamiamo di ‘governance sporadica’, che alterna comportamenti violenti a fasi di gestione del territorio e distribuzione delle risorse, con il fine di capitalizzare vecchi conflitto latenti e far proprio l’appoggio di intere fasce di popolazione”.

Modificare l’approccio, secondo la senior research fellow del Nupi Kari Osland, potrebbe anche servire a capire perchè “nonostante negli ultimi anni l’impegno della comunità internazionale in Sahel non faccia che aumentare la situazione continui a peggiorare”. Chiave per comprendere questa tendenza, è lo scontro tra “un impianto regionale fondato sugliSstati e delle dinamiche umane transfrontaliere complesse”, afferma Osland, convinta che “la mancata lettura di questa dinamica ha portato a politiche repressive, soprattutto per quanto riguarda estremismi e migrazioni, che hanno interrotto il flusso tra i confini, tradizionalmente porosi, scatenando conseguenze ancora più gravi”.

La fluidità sembra essere un elemento che caratterizza il Sahel, insito negli elementi che lo compongono e necessario al momento di analizzarlo. Non si sottrae a questa logica l’estrazione artigianale e il mercato dell’oro, la risorsa principale della regione. Ne ha parlato Luca Ranieri, ricercatore della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. “Ci sono tre aree principali di sviluppo di questa attività per lo più informale e riflettono i vari tipo di approccio e gestione del fenomeno che si osservano nella regione”, ha spiegato l’esperto. “Se nel Sahel propriamente detto questa industria è gestita da gruppi di autodifesa legati a elite tradizionali e contribuisce alla stabilità e alla distribuzione delle risorse, nel Sahara è nella mani dei tuareg e fino a oggi ha contribuito al consolidamento di una situazione di pace. Nel Tibesti invece, nel nord del Ciad – ha concluso Ranieri – a gestirlo sono gruppi transnazionali di base in Libia, e a oggi è stata sempre malvista, causando una militarizzazione dell’area”.

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