Festa mamma. Gabriella e Titti: “Noi famiglie ‘per la pelle’, situazione adozioni è peggiorata”

'Mamme per la Pelle' è una onlus che crea sportelli legali, psicologici dove si possono denunciare soprusi, violenze e insulti, o discriminazioni nel mondo del lavoro (nella foto, Titti che sfoglia l'album dei ricordi)
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di Elisa Castellucci, videoservizio di Elisa Castellucci e Annalisa Ramundo

La redazione DireDonne per la Festa della mamma ha scelto alcune storie emblematiche. Le ‘Mamme21’ sono donne ‘resistenti’ che hanno osato, sognato e sperato sempre, affermando la propria volontà, i propri desideri, in modo anche diverso dal canone che tutti si aspettavano. Donne che per essere felici hanno scardinato e superato limiti e consuetudini, scegliendo spesso le strade più difficili con coraggio, magari solitudine e sempre grande forza d’animo.

ROMA – “Grazie per la sua violenta campagna elettorale contro gli immigrati, che ha scatenato un’ignobile ondata d’intolleranza e di odio nei confronti di chi ha una pelle di colore diverso, con continui insulti e minacce che non hanno risparmiato bambini e adolescenti”. Era febbraio 2018 quando Gabriella Nobile, mamma adottiva, scrive all’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, esprimendo preoccupazione “per il clima di razzismo che stava prendendo piede nel Paese”. Ebbene la lettera fa il giro del web e in poco tempo, con 60mila condivisioni e 100mila like, riunisce sotto a quel post, tutte le voci di madri adottive, biologiche, affidatarie di figli di diversa nazionalità e anche donne straniere che Italia non si sento più tutelate dalle istituzioni.

Mamme per la Pelle nasce “dalla necessità di fare rete durante una campagna elettorale che aveva come unico scopo denigrare i neri e violentare il pensiero comune di empatia e accoglienza, si è fatto di tutto per dare un nemico agli italiani e questo nemico aveva la pelle scura, l’intolleranza è aumentata e con lei il razzismo”, racconta all’Agenzia Dire l’imprenditrice milanese, Gabriella Nobile, presidente dell’associazione. Da quel momento inizia l’attività della onlus che crea sportelli legali, psicologici dove si possono denunciare soprusi, violenze e insulti, o discriminazioni nel mondo del lavoro; centri di informazione che indirizzano le istituzioni (scuole, centri sportivi ed altro) alla cultura multietnica. Mamme per la Pelle, quindi diventa “una voce presente nelle istituzioni e negli ambienti politici, in grado di sensibilizzarli e di far loro comprendere la gravità del momento”, ha detto.

Nel 2020 Gabriella non si ferma e scrive un libro ‘I miei figli spiegati a un razzista, è la storia di una coppia bianca con due figli neri e di una famiglia come tutte le altre: ci sono le abitudini e scoperte meravigliose che accompagnano la crescita di ogni bambino. Eppure, l’Italia che Gabriella Nobile racconta è attraversata dall’intolleranza, discriminazione e dalla brutalità fisica e verbale. I due ragazzi milanesi scoprono un giorno di avere la pelle nera, quando vengono insultati su un autobus.

LA STORIA DI GABRIELLA, UN FIGLIO DAL CONGO E UNA DALL’ETIOPIA

Gabriella Nobile

Gabriella e suo marito, molti anni fa hanno adottato Fabien, nato in Congo, e Amelie in Etiopia. “Nel momento in cui abbiamo deciso di diventare famiglia- ricorda- non volevamo farlo ad ogni costo ricorrendo a cure e inseminazioni, abbiamo lasciato che la natura e il destino facessero la loro strada, senza forzature. Se ascolto le coppie in attesa adesso, mi rendo conto di essere stata molto fortunata, abbiamo aspettato tre anni per ognuno dei nostri figli, all’epoca mi sembravano un’eternità, adesso sono molto pochi, difficoltà ce ne sono state molte, soprattutto la lentezza della burocrazia e la ‘lungaggine’ della richiesta di idoneità dovuta a pochi professionisti dedicati a questo percorso”.

Le ultimi indagini rappresentano una situazione in calo in termini di numeri sulle adozioni internazionali. “I costi sono alti e i tempi lunghissimi– spiega Nobile- in una società che non sembra più così accogliente diventa difficile spronare le famiglie a fare questa scelta già impegnativa. Molti paesi poi hanno chiuso perchè noi preferiamo parlare di business che di adozione quando andiamo con le delegazioni all’estero”.

La parola integrazione fa pensare immediatamente, secondo Gabriella, “al razzismo, al sentimento di superiorità di noi bianchi. Integrare vuol dire accettare nella propria realtà. ‘Io ti accetto, se ti comporti bene, se rispetti le regole, se te lo meriti’, è un parola che detesto. Parliamo di accoglienza e accettazione delle diversità nelle uguaglianze dei diritti. Io sono madre di due figli neri- spiega- usare il termine ‘di colore’, ho imparato essere discriminante e irritante per tutti quelli che hanno la pelle scura. Io non ho subito discriminazioni palesi, ma gli sguardi ci hanno trafitto e tutt’ora fanno male quando camminiamo tutti insieme per strada. Ad esempio quando sono abbracciata da mio figlio che è alto 1,90, mi accorgo delle persone che pensano che io sia con il mio ‘toy boy’. Pregiudizi e preconcetti frutto di una società che ama dare sempre un’idea di famiglia non conforme alla bianchezza, ci vorrebbe un’educazione allo sguardo insieme quella civica nelle scuole”.

Quando ti sei sentita mamma? “Come tutte quando ho tenuto in braccio i miei figli per la prima volta con le difficoltà comuni annesse. Fuori da me i miei figli sono carne della mia carne esattamente come quelli biologici”, ha ricordato emozionata. Esiste un razzismo “buonista, subdolo. La poco voglia di conoscenza, la paura di perdere quei pochissimi privilegi che abbiamo, l’anafalbetismo funzionale, la società che non va avanti e non ha visione futura. Il razzismo non è mai buonista, a volte è inconsapevole ma sempre di più sistemico e istituzionalizzato“, ha detto Gabriella.

Cosa ti ha insegnato tuo figlio, cosa ti sta dando questa maternità? “I miei figli hanno dato un senso alla mia vita. Mi hanno fatto capire perchè sono venuta al mondo, mi hanno insegnato a lottare con le unghie e con i denti, a non lasciar passare le cose pensando che si possa cambiare la società senza una rivoluzione culturale. E poi l’amore non si divide ma si moltiplica”.

Quale il più grande insegnamento da restituire? “Non smettere di sognare e di lottare, non smettere di inseguire se stessi senza preoccuparsi del giudizio e degli sguardi altrui. Loro possono essere quello che vogliono e io farò in modo che questo possa accadere nella loro terra, l’Italia’.

LA STORIA DI TITTI, MAMMA DI DUE BAMBINI CONGOLESI

Seduta sul divano della sua casa romana sfoglia le pagine di un album fotografico, mentre ricorda i momenti più belli della crescita dei suoi figli. Titti ha 53 anni, insegna latino e greco al liceo ed è mamma adottiva di due ragazzi congolesi. Le brillano gli occhi mentre parla di loro, le tornano alla mente aneddoti, capricci e i loro diversi caratteri. Con naturalezza ci racconta la sua storia della sua famiglia e la sua esperienza di Mamma per la Pelle. “Da piccola volevo fare la principessa, sognavo di avere una vita bella e giusta, ho pensato molto presto alla famiglia, io e mio marito stiamo insieme da adolescenti. Ad un certo punto i figli non sono arrivati, ho detto basta e ho deciso di adottarli. Due strade parallele per un po’, continuando a provare di rimanere incinta, ma ogni volta una delusione. Ho cominciato a diventare madre nel momento in cui ho iniziato il percorso adottivo come il tempo di una gravidanza. E allora la fatica della burocrazia, che ti porta sul punto di dire basta”.

Anche per lei un percorso relativamente lungo con parecchi stop. “Tutto inizia con domanda al tribunale dei minori– ci spiega- il primo accertamento dalla Questura, poi ti interpellano i servizi sociali che ti vedono individualmente e insieme, per capire che tipo di persone sei e soprattutto di coppia. Da questo momento iniziano le udienze con il giudice tutelare, fino a quando arriva il certificato di adottabilità, come una patente. Infine si aprono due scenari: adozione nazionale e internazionale. Per quello internazionale è necessario scegliere un Ente governativo che segua la tua pratica. Noi abbiamo optato per uno appena nato in Congo. Da lì hai l’abbinamento, propongono e tu accetti. A quel punto secondo la legge del posto è tuo figlio, ma tu sei in Italia e lui è in Congo, uno dei posti più pericolosi al mondo”.

“Sono diventata la loro mamma il 13 ottobre del 2007, il giorno in cui li ho avuti per la prima volta in braccio avevano 8 mesi nati da mamme biologiche diverse, una mamma Pantera e una mamma Tigre, da sempre la loro mamma biologica è mamma Africa. Abbiamo sempre raccontato la verità ai nostri figli, sappiamo che le loro madri erano bambine, ma che hanno avuto l’interesse affinchè questi due piccoli avessero un futuro. Una l’ha lasciato al medico e l’altra sul sagrato di una chiesa ben coperto con il ciuccio. Come nelle commedie greche per dire al mondo ‘prendetelo e fatelo sopravvivere’”.

‘Loro adesso hanno 14 anni- ricorda l’insegnante sfogliando il diario dei ricordi- sono stati dei bambini allegri molto richiedenti e hanno ancora bisogno di sapere che gli vuoi bene e lo sanno che gli vogliamo veramente bene. C’è reciprocità. Non hanno subito discriminazioni, ma ti accorgi che non li guardano come li guardi tu. Noi non li vediamo più di un altro colore. Essere una Mamma per La Pelle vuol dire avere un’ inquietudine in più, come ad esempio maggiore attenzione a non fargli prendere autobus a Roma, andarli a prendere ovunque. Mamma per la Pelle è avere una preoccupazione in più e prepararli al fatto che ci sarà qualcuno più debole che tenterà di denigrarli o metterli in difficoltà”.

E su l’andamento dell’adozione internazionale, “la situazione è peggiorata- afferma Titti- Alcune coppie sono costrette a rinunciare, ed è dolorosissimo. Consiglio di essere costanti e non perdere la speranza. Fino a quando uno se la sente, bisogna provare, non sentirsi troppo in colpa se non ce la fai perché non dipende solo da noi. Ci vuole tenacia e un pizzico di fortuna”.

L’Italia non è forte dal punto di vista diplomatico, in altri paesi è più semplice, più facile e quindi più naturale. Un percorso reso complicato anche e soprattutto per un fattore culturale. L’adozione dal punto di vista giuridico rappresenta un potere che gli Stati esercitano, come gli imperatori romani che la utilizzavano come strumento politico di continuità. Oggi la politica sui diritti ha fatto una grossa marcia indietro. In questo Paese su argomenti come anche la Pma, la fecondazione assistita c’è bisogno di un dibattito laico. Questi argomenti non possono essere oggetto di strumentalizzazioni politiche o di ordine etico-morale. E io sono cattolica’.

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