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L’attivista Ramy Shaat rilasciato ed espulso in Francia

La famiglia: "Rammarica che abbia dovuto rinunciare alla propria cittadinanza egiziana come condizione necessaria alla sua liberazione"
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ROMA – “Dopo 900 giorni di detenzione arbitraria, le autorità egiziane hanno rilasciato il nostro Ramy“. Così scrive sui propri canali social Célyne Lebrun Shaat, moglie di Ramy Shaat, l’attivista egiziano-palestinese arrestato nel 2019 per vari reati tra cui diffusione di notizie false. L’annuncio della sua liberazione è giunto lo scorso 3 gennaio, ma solo oggi il leader del movimento ‘Bds’ in Palestina nonché del processo di democratizazzione dell’Egitto ha potuto lasciare il carcere.

Lebrun Shaat aggiunge: “Ramy è stato consegnato ai rappresentanti dell’Autorità Palestinese all’aeroporto internazionale del Cairo. Lì è stato messo su un volo per Amman, in Giordania, da dove è previsto il volo per Parigi“. Parlando a nome dei familiari di Shaat, la moglie dà ulteriori dettagli sulla procedura di rilascio: “Ci rallegra che le autorità egiziane abbiano ascoltato il nostro appello alla sua scarcerazione, nonostante ciò ci rammarica che abbiano costretto Ramy ha rinunciare alla propria cittadinanza egiziana come condizione necessaria alla sua liberazione. Dopo due anni e mezzo di illegalità- osserva la moglie dell’attivista- tale scarcerazione avrebbe dovuto essere incondizionata. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra la cittadinanza e la libertà”.

Il caso di Ramy Shaat ha suscitato forte clamore in Francia, dove agli appelli della moglie per la sua liberazione hanno aderito ong, cittadini e parlamentari. A fine 2020 anche il presidente Emmanuel Macron promise azioni diplomatiche per l’attivista. Dai difensori per i diritti umani Shaat è stato presentato come uno delle migliaia di detenuti di coscienza nelle carceri egiziane per effetto delle nuove leggi del governo del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, accusato di perseguitare dissidenti e intellettuali.

La vicenda Shaat presenta inoltre varie analogie col caso di Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna arrestato nel 2020 e rilasciato a dicembre scorso, che l’1 febbraio prossimo tornerà in aula per difendersi anche lui dall’accusa di diffusione di notizie false atte a destabilizzare il Paese.

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