Coronavirus, Spata (Ordine medici Lombardia): “Medici di base abbandonati dalla Regione”

Il presidente di Fromceo Lombardia supera la malattia e accusa: "Si è puntato tutto sugli ospedali, niente per la medicina sul territorio"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

MILANO – “La Regione Lombardia ha pensato di potenziare l’intensivologia, gli ospedali e le terapie intensive. Quindi tutto quello che riguarda il paziente una volta ospedalizzato. Quello che non ha fatto e’ stato potenziare la medicina sul territorio, cioe’ i medici di base, i pediatri, la continuita’ assistenziale e anche le Rsa. Questo e’ stato il problema principale, non aver pensato che il territorio poteva avere un ruolo importante, perche’ e’ il primo punto di riferimento per il paziente”. Cosi’ Gianluigi Spata, presidente FROMCeO Lombardia, commenta alla ‘Dire’ la gestione dell’emergenza sanitaria legata all’epidemia di covid-19 nella sua regione.

Proprio questa mattina l’Ordine dei medici lombardo ha inviato alla Regione una lettera con delle proposte per superare “la situazione disastrosa in cui si e’ venuta a trovare la nostra regione, anche rispetto a realta’ regionali vicine, che puo’ essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realta’ si trattava di un’emergenza di sanita’ pubblica“.

Per Spata, che ha contratto il virus ed e’ stato costretto ad un ricovero di tre settimane, i medici di base sono stati lasciati soli: “Non ci hanno dotato di dpi (dispositivi di protezione individuale) e senza quelli non abbiamo potuto fare molto, anzi. Abbiamo rischiato e ci siamo ammalati, compreso il sottoscritto. Non avevamo gli strumenti per andare a casa e visitare i nostri pazienti, tutto si limitava ad un triage telefonico e qualora ci fossimo trovati di fronte ad un sospetto caso di covid-19 non potevamo fare altro che reindirizzarlo ai vari numeri regionali, a partire dal 112″.

“Qualcosa ci e’ arrivato- continua Spata- qualche mascherina ma niente di piu’. Per andare a visitare un paziente con sospetto covid a domicilio bisogna avere il camice, gli occhiali e le scarpe adatte. Altrimenti succede che il medico rischia di ammalarsi e diventare a sua volta vettore dell’infezione sul territorio“.

A soffrire di questa impostazione, che ha concentrato sugli ospedali l’attenzione e gli sforzi della Regione, non sono stati solo i medici di base: “Anche le Rsa (residenze sanitarie assistenziali, ndr.) si sono trovate impreparate, basti pensare a cosa e’ successo a Bergamo dove c’e’ stata una strage. Su 6.000 pazienti, almeno 600 sono deceduti. Un tasso di mortalita’ del 10%. Questo e’ successo perche’ il personale sanitario non era adeguatamente protetto e non sapeva cosa fare”.

“Al contrario- aggiunge Spata- negli ospedali ha funzionato tutto bene, pero’ forse avremmo potuto agire in modo diverso, tenere a casa qualche paziente e intervenire precocemente sul territorio”.

Ma la scelta di privilegiare l’ospedalizzazione dei pazienti rispetto alle cure domiciliari ha contribuito a trasformare gli ospedali in focolai e veicoli dell’infezione? “Si, certamente- risponde Spata alla ‘Dire’- ma oltre a questo c’e’ la questione dei tamponi per il personale sanitario e per i pazienti rimasti a casa. I valori delle infezioni sono molto sottostimati, perche’ se avessero fatto i tamponi a tutti son convinto che i valori sarebbero altri, alcuni dicono addirittura 10 volte di piu'”.

“L’altro problema grosso- spiega il presidente della federazione regionale degli Ordini dei medici della Lombardia- sono i pazienti a domicilio per una forma leggera che, una volta guariti e superata la quarantena, possono tornare a lavorare senza aver fatto il tampone. Ma cosa ne sai se sei positivo o negativo? Per questo abbiamo proposto alla Regione di monitorare chi esce dalla quarantena, anche perche’ 14 giorni e’ un valore non riconosciuto in letteratura, addirittura si legge che l’infezione puo’ durare fino a 37 giorni, per cui 14 giorni e’ un valore che va un po’ stretto“.

La propagazione dell’infezione sarebbe quindi dovuta anche al “mancato controllo del tampone dopo la quarantena. Sembra che tra 15 giorni saranno disponibili i test rapidi. Noi- ribadisce Spata- chiediamo di estenderli non solo ai pazienti ma anche a tutto il personale sanitario”.

Il tributo dei medici lombardi all’epidemia, infatti, e’ alto: “Noi in Lombardia paghiamo un caro prezzo come colleghi morti, mi sembra che stiamo sopra gli 80 a livello nazionale, una sessantina soltanto in questa regione. Ho perso il numero perche’ ho perso anche tanti amici. Questo e’ inammissibile“.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

7 Aprile 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»