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Diritto di cronaca, sì. Ma dopo Monteveglio sull’essenziale può aprirsi una riflessione

macchina da scrivere
E se la morte della 16enne diventasse l'occasione per discutere la questione etica di cosa divulgare?
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BOLOGNA – Si dice che il giornalismo è l’unica forma letteraria di cui si può omettere la fine: ci sono notizie, storie, che iniziano, si evolvono, ma non sempre se ne scrive il capitolo conclusivo. Della storia di Chiara, la 16enne ritrovata senza vita, uccisa da un coetaneo in Comune poco lontano da Bologna, si saprà-scriverà la fine? Molto probabilmente sì: è una vicenda che ha scosso moltissimo, che ha attirato tantissima attenzione. Ma ora, e fino ad allora, non sarebbe meglio saperne un pochino ‘meno’? O meglio, di porsi la questione etica di cosa divulgare, di quali contenuti fanno bene alla gente, per primi i ragazzi e di cosa può nuocere sia agli interessati, sia alla platea dei lettori, soprattutto i giovani (ad esempio per il tema dell’emulazione). ‘Meno’ -rispetto al tantissimo che ‘può o potrebbe raccontare- è cercare il vero essenziale che tutela il diritto all’informazione senza ledere la libertà di stampa.

Superata, non senza pagare dazio, la prova del lockdown, i giovanissimi riconquistano sprazzi di normalità -uscire con un amico, un’amica- e avviene una tragedia. È successo l’incredibile, l’impensabile. E i particolari che sono emersi di questa dolorosissima vicenda l’hanno resa ancora più carica di significati. E il digitale, i social, permettono di guardare molto a fondo nelle vite dei ‘protagonisti’. Ma quanto a fondo? Forse un po’ meno: forse, appunto, si potrebbe anche ridurre il ‘numero di giri’ della macchina del racconto. Una notizia è stata data: era sparita una ragazza, è stata ritrovata e purtroppo senza vita; il suo ‘seguito’, pure: una comunità cittadina si è risvegliata dovendo fare i conti ed interrogarsi con una triste e brutta storia; si è trovato il chi è stato e il chi-come e anche il perché di una morte che strazia non resterà un tarlo invincibile. È importante raccontare e lo sarà anche spiegare il capitolo finale della storia, anche perché in queste vicende molte delle ‘premesse’ assumono forme e valori diversi quando si vanno a tirare le somme. Il tema è: e nel frattempo? Non c’è il rischio che sia troppo il racconto?

Ieri ad esempio l'”Osservatorio informazione giudiziaria, media e processo penale” degli avvocati penalisti di Bologna ha posto un ‘problema’: nell’omicidio di Monteveglio non c’è “nessuna tutela nelle cronache per i minori coinvolti. Ancora una volta assistiamo a diffusione e pubblicazione di notizie in spregio a precise norme di legge”. È un’accusa dura supportata dal richiamo ad una serie di norme; si contesta che il ‘racconto’ si sta arricchendo di “stralci d’indagine, parti dell’interrogatorio dell’indagato, elementi decisivi per identificarlo, addirittura video delle telecamere di sorveglianza con parziale mascheramento dei volti, pur trattandosi di due sedicenni”. Si adombra la violazione del segreto istruttorio e si lamenta la “perniciosa confusione tra diritto di cronaca e notizie espressamente colpite dal divieto normativo di pubblicazione e, prima ancora, di divulgazione”. E spesso successo in casi analoghi e risuccederà. È un equilibrio difficile. Tuttavia, gli avvocati penalisti pongono da ultimo un punto che in questa storia, in particolare, offre uno spunto di riflessione che vale la pena lasciare alle ‘cronache’: quello che sta succedendo (e si citano anche “inopportune conferenze stampa di chi svolge le indagini”) “mina il corretto accertamento giudiziario dei fatti, con pari grave nocumento per vittime ed indagati”. Si raccontano delle verità, ma potrebbero non aiutare la verità ‘finale’ della storia, lasciare delle percezioni di elementi su un grande scenario, salvo poi inserire granelli che possono inceppare quella che viene indicata come la capacità di comprensione dei fatti e di farli comprendere.

C’è anche un delicato fattore di curiosità voyeuristica già alimentata dai social e che sui social scuote istinti e pensieri non sempre meditati, ma anche di emulazione che alcuni ‘particolari’ molto specifici emersi di questa storia possono innescare. Una storia dolorosa, in cui soffrono tanti: i genitori in primis, gli amici, altri ragazzi. Una volta detto il loro dolore –che già è facilmente intuibile d’istinto sia da chi è genitore, sia da chi è stato ragazzo– qual è la giusta distanza da avere rispetto al suo decorso nella storia? Non sarebbe forse inutile trarre spunto da questa storia per discutere, anche pubblicamente, di queste attenzioni da avere o non avere. In ballo ci sono dei giovani, dei ragazzi, dei minorenni… E non è questione di gerarchizzare le notizie: Saman sì e Chiara no. È giusto sentire che si chiede giustizia perché è importante, a garanzia di tutti che si arrivi alla giustizia, ma intanto -ora che la notizia (ovvero l’annuncio di un avvenimento, e la massima approssimazione all’effettivo svolgimento di un fatto nel descriverlo) è stata data e sviluppata, e visto che il suo prosieguo pone questioni di ripercussioni su altri piani, c’è un tema di ‘intensità’ del racconto che forse merita una discussione. E un terreno nuovo, per chi racconta, di sperimentare un modo diverso di fronte ai contenuti di certe storie.

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