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‘Negro’, ‘parassita’: se Twitter disumanizza il linguaggio

ROMA  – “Se danno la pensione alla negra rissosa e’ l’ultimo atto di una farsa tutta italiana”; “la mogliettina colorata del negro di #Fermo approfitta della situazione per avere benefici dallo stato, e i c… ci credono”; “per colpa di questa parassita Mancini e’ ancora in carcere! Vergogna! Libero subito!!!”.

Sono questi soltanto alcuni dei tweet indirizzati a Chinyere, la vedova di Emmanuel Chidi Nnamdi, l’uomo nigeriano assassinato a Fermo da Amedeo Mancini, nel luglio scorso.

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Gli insulti razzisti e sessisti sono tutti racchiusi nell’hastag #IostoconAmedeo, lanciato su Twitter per esprimere solidarieta’ e chiedere la scarcerazione dell’ultra’ di estrema destra. I tweet sono al centro dell’analisi condotta dall’Osservatorio di Pavia per un focus sui social network all’interno dell’ultimo rapporto di Carta di Roma, su media e immigrazione, “Notizie oltre i muri”, presentato oggi a Roma.

Un insieme di messaggi d’odio che prendono di mira, in particolare, la vedova di Emmanuel ma anche tutti coloro che per primi le hanno espresso solidarieta’: da don Vinicio Albanesi, presidente della Comunita’ di Capodarco, alla presidente della Camera Laura Boldrini, ed etichettati come “buonisti”, “ipocriti”, “terzomondisti”. In tutto, spiega Paola Barretta, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia, sono 1.444 i messaggi in sostegno di Amedeo Mancini, il 2 per cento del totale dei tweet sul caso di Fermo. Nonostante il numero esiguo, pero’, si tratta di messaggi che hanno avuto una fortissima cassa di risonanza.

“L’analisi di come e’ stato raccontato il caso di Emmanuel – spiega Barretta – e’ utile per capire la netta differenza che ormai si rileva tra i media mainstream e i social media. La differenza cruciale sta nella mediazione giornalistica“. Se, infatti, nei giorni successivi all’omicidio, tutti i giornali e telegiornali hanno condannato senza esitazione l’aggressione e stigmatizzato gli insulti razzisti rivolti alla donna, sui social e’ andata in onda un’altra narrazione: Twitter, in particolare, ha disumanizzato il linguaggio con insulti violentissimi.

“In televisione si e’ rimasti sul piano della tolleranza: tanti opinionisti e giornalisti hanno raccontato la storia di Emmanuel e di sua moglie. E tante sono state anche le condanne. Non e’ avvenuto questo su Twitter – continua la ricercatrice -. In particolare, la polarizzazione si e’ avuta quando e’ comparso l’hashtag #IostoconAmedeo: una vera e propria comunita’ ha iniziato a lanciare insulti razzisti della peggior specie, verso la moglie dell’uomo e in generale, verso tutti i neri e rifugiati. Un vero e proprio hate speech e incitamento all’odio che ha avuto una enorme eco”.

Il caso di Emmanuel, porta quindi a riflettere ancora una volta sul rapporto che esiste tra liberta’ di espressione e controllo dell’informazione: “Secondo il codice di autoregolamentazione di Twitter alcune di quelle frasi andavano segnalate come incitamento all’odio – spiega ancora Baretta – Ma il social network non ha rimosso l’hashtag ne’ le frasi piu’ pesanti, forse per un problema operativo di controllo e di segnalazione”.

Anche per Giovanni Maria Bellu, presidente dell’associazione Carta di Roma i social stanno diventando il luogo in cui le notizie sull’immigrazione “vengono deformate o inventate di sana pianta”.

“La necessita’ di una corretta informazione come antidoto all’hate speech e’ il contributo che abbiamo ritenuto di portare ai lavori della Commissione contro l’Intolleranza e l’odio, la Commissione Joe Cox, istituita su iniziativa della presidente Laura Boldrini – sottolinea -Il sistema dell’informazione ha nei social networj dei formidabili alleati e delle insidiose serpi in seno. Se, infatti, per un verso i social consentono di diffondere un numero impensabile di contenuti informativi, per altro verso agiscono come organi di informazione autonomi, privi di un direttore responsabile e animati da una moltitudine di redattori, alcuni dei quali totalmente irresponsabili, che diffondono notizie false, e in alcuni casi, autentici incitamenti all’odio razziale. Il filtro dei media tradizionali – aggiunge Bellu – da solo non e’ sufficiente in assenza di regole certe, che impongano ai social di attenersi alle norme dell’ordinamento giuridico a cui sono sottoposti i loro utenti. Questo e’ il terreno in cui gli operatori dell’informazione e la politica devono, con urgenza, incontrarsi”.

L’uso in senso razzista e xenofobo dei social e’ l’unico neo del rapporto 2016 di Carta di Roma, che segna invece un cambio di rotta nel racconto dell’immigrazione sui media tradizionali: la drammatizzazione del fenomeno, infatti, ha lasciato spazio a una narrazione piu’ strutturata.

“Si e’ scongelato il clima di paura prodotto dai media – spiega il sociologo Ilvo Diamanti – anche perche’ il pubblico e’ ormai assuefatto e abituato a questo tipo di informazioni. L’immigrazione continua ad essere un tema di cui si parla molto nel dibattito politico, ma oggi fa meno paura perche’ e’ cresciuto il clima antipolitico: se sono persone di cui non si ha stima a parlarne male il tema passa in secondo piano”. Per Diamanti, dunque, non ci sono piu’ i toni allarmisti del passato, ma resta fondamentale il ruolo di mediazione dei giornalisti: “oggi siamo di fronte a modelli nuovi e diversi: in futuro sara’ necessario articolare l’analisi sulla presenza degli immigrati sui media, per evitare la scissione osservata quest’anno fra la normalizzazione dell’immagine degli immigrati sui media tradizionali, da un lato, e la loro estremizzazione sui social dall’altro. Una tensione che rischia di riprodursi sui diversi ambienti sociali, favorendo la diffusione di atteggiamenti intolleranti fra le componenti piu’ giovani, istruite e socializzate alla comunicazione digitale”.

19 dicembre 2016
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