Per gli orfani dell’Aids un nuovo inizio a Siteki. Reportage dallo Swaziland

SITEKI (Swaziland) – Tiene gli occhi bassi, Sincobile, ma accenna un sorriso quando indossa i sandali neri con le calze e il gilet blu, bordi rossi e stemma. “La divisa per la scuola è stato il regalo più bello” spiega, muovendo appena le labbra sotto i ricci neri. Accanto, c’è una baracca di pali conficcati nel terreno. All’interno, nella penombra, una pentola fuma sulla brace. “I miei genitori vivevano qui” ricorda Sincobile: “Un giorno l’aids se li portò via. Avevo sei anni, doveva essere il 2006; non so nemmeno dove siano stati sepolti”. Siamo a Siteki, dove le colline del regno dello Swaziland degradano verso il Mozambico e i campi di granturco seccano al sole. E’ una terra di orfani: la pandemia ha ucciso migliaia di persone e oggi il tasso di diffusione dell’hiv resta il più elevato al mondo. Dentro la baracca, appese a un muro, ci sono due fotografie. Ritraggono la madre di Sincobile, sorridente, e la nonna: si chiama Ndombi, ha 71 anni e da dieci si prende cura dei quattro nipoti. I loro genitori se ne sono andati uno dopo l’altro.

“Qual è il mio sogno? Finire la scuola e andare al college, superare l’esame e diventare infermiera” risponde Sincobile. Accanto sorridono i cugini piccoli che l’aids ha reso suoi fratelli. Lei mostra l’uniforme scolastica, sapendo che in qualche modo è fortunata: non ha contratto il virus nonostante anche la nonna riesca a tirare avanti e a curare l’orto solo grazie ai farmaci anti-retrovirali che le sono somministrati nel centro di salute di Siteki. Sì, perché nel villaggio qualcosa sta cambiando.

“Mi hanno aiutato ad acquistare la divisa e pagano tasse e libri scolastici” racconta Sincobile. La sua è una delle famiglie senza genitori sostenute da Sos Children’s Villages, in italiano Sos Villaggi dei bambini, una ong che opera in 135 Paesi a sostegno dei diritti dell’infanzia e in particolare degli orfani. Sono loro gli abitanti di Siteki, non solo case famiglia ma anche il centro di salute, gestito in collaborazione con le autorità locali. “Garantiamo la terapia a tutte le mamme sieropositive prima, durante e dopo il parto” spiega l’infermiera Nduwela Mavuso: “I loro bambini li seguiamo almeno fino ai cinque anni di vita, impegnandoci a contrastare il fenomeno dei ‘defaulters’, coloro che abbandonano la cura anti-retrovirale perché non sono stati informati e vivono nelle aree più remote”.

L’accesso gratuito ai farmaci è da oltre dieci anni il cuore della strategia dello Swaziland contro la degenerazione della sindrome da immunodeficienza acquisita. Dopo i primi contagi nel 1986, la crisi si era aggravata fino a colpire 230mila persone, un quarto della popolazione nazionale. Secondo l’Onu, ancora nel 2016 i decessi provocati da malattie connesse all’aids sono stati 3034. Nello stesso anno, quasi il 29 per cento della popolazione di età compresa tra i 15 e i 49 anni era affetta dall’hiv. Secondo il governo dello Swaziland, però, nel complesso c’è stata un’inversione di tendenza.

“Tra il 2011 e il 2016 l’incidenza si è ridotta del 45 per cento” spiega all’agenzia DIRE Simon Zwane, primo segretario del ministero della Sanità. “Stiamo puntando sulla prevenzione, l’educazione sessuale e la salute riproduttiva, concentrandoci sulle adolescenti e le giovani nelle aree più colpite”. Pur criticato per il sostegno agli stili di vita tradizionali e patriarcali, simboleggiati dalla poligamia e non dalle pratiche contraccettive, il re Mswati III ha favorito la cooperazione con gli organismi dell’Onu e le ong specializzate.

A Siteki alcune delle infermiere del centro sono stipendiate dallo Stato, altre da Sos Children’s Villages attraverso i donatori internazionali e le adozioni a distanza.

La nostra priorità sono gli orfani, il volto di un’emergenza che continua nonostante i progressi degli ultimi anni nella lotta all’aids” sottolinea Loretta Mkhonta, la direttrice nazionale della ong. Per capire che le cose stiano davvero così basta bussare alla porta dell’asilo o di una delle 12 case famiglia di Siteki, dove chi ha perso entrambi i genitori ora cresce con una madre accanto. “Con me siamo in nove” sorride Faith Vilakati, 45 anni. Tiene in braccio il piccolo Piswati e fuori dal conto invece i figli naturali, che ormai sono maggiorenni e studiano al college. In casa si lavano i piatti a turno, nelle stanze ci sono i letti a castello, sulle mensole libri di scuola e trofei sportivi. Nel villaggio sono accolti anche bambini che hanno subito violenze e che non è possibile reinserire nelle famiglie d’origine. In tutto sono 120, ognuno con la sua nuova mamma. Una goccia nel mare degli orfani dello Swaziland, ma anche il legame indispensabile tra passato e futuro.

19 febbraio 2018
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