Care città, fateci vedere (di più) il dramma dei Balcani

E se si tappezzassero vie e piazze con immagini dei campi? Forse verrebbe più voglia di provare a cambiare le cose
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BOLOGNA – A Lesbo crescono nel fango, sulla rotta dei Balcani annaspano nella neve. E per spostare lo sguardo ancora un po’ ‘più in là’ (forse aiuta a capire qualcosa di più) a quasi 10 anni dall’inizio del conflitto in Siria sono i bambini a pagare il prezzo più alto. La povertà aumenta, i rincari sul cibo, informa l’Unicef, obbligano i più piccoli a lasciare la scuola per lavorare… Di recente il ‘racconto’ su migranti e migrazioni ha spostato l’attenzione su di loro: i bambini. Le incredibili situazioni che si trovano a ‘vivere’ hanno una grande potenza comunicativa. Eppure, questo sembra non bastare.

La disperazione dei barconi, dove pure non mancavano i più piccoli, e le tragedie del mare sono ormai stabilmente ‘parte’ dell’immaginario, delle dinamiche, del dibattito, delle strategie di intervento e soluzione… Quel che succede nei campi sui Balcani o nelle isole greche non sembra. Tanto che, appunto, per raccontarlo si parte e si passa dai bimbi. Perché il loro non è più e non solo un viaggio pericoloso, ma un ‘imprigionamento‘: loro e i loro genitori non vanno più nè avanti nè indietro. Stanno, e stanno male. Ma questo è difficile da dire. E se è difficile questo, diventa clamorosamente più faticoso provare a risolvere. Il mare è uno spazio fisico enorme ma è un ponte ideale. Montagne e isole invece sono barriere. Per raccontare quelle storie, infatti, non basta attendere uno sbarco e raccogliere voci stremate, i media devono mandare sul posto: vedere per credere. E allora questo qualcosa smuove. Si legge e ci si chiede: che posso fare? 

E appunto qualcosa si muove: questo weekend nel modenese il Pd raccoglie coperte, indumenti e scarpe da mandare al campo profughi di Lipa, perchè lì “si muore assiderati con le ciabatte ai piedi nella neve”, e questo (appunto) “non può più essere ignorato”. A Milano viene indetto un flash mob per chiudere i campi profughi in Bosnia e aprire corridoi umanitari. Chi partecipa porti coperte e torce “e quant’altro di utile a sensibilizzare sulla condizione disumana dei profughi provenienti dalla Rotta balcanica”. Anche da lontano qualcosa si tenta. Ma appunto non basta. Ci sono le risoluzioni dei partiti, ma non basta. “Le immagini dei migranti che vivono in modo disumano al confine con l’Italia ci ricordano i lager nazisti; siamo costernati dai reportage che raccontano di persone che subiscono violenze”, private di cellulari, vestiti e scarpe “perché muoiano assiderate. Siamo indignati, ma questo non basta”, ripetono le realtà dell’accoglienza di Bologna. 

Il tempo che intercorre tra l’allarme e la disperazione e l’intervento di aiuto si sta dilatando troppo. Bisogna fare breccia di più nella consapevolezza comune. Sennò appelli, iniziative e indignazione rimarranno sporadici e di pochi. È “necessario che la società civile sappia quello che sta avvenendo”. Si parta da qui. Come? Le città hanno issato striscioni per la verità su Giulio Regeni e la libertà di Patrick Zaki. Le città, ad esempio Firenze sulla pena di morte, sono legate a valori di diritti e dignità e non mancano di farsi sentire quando anche altrove li vedono compromessi. 

Inizino allora le città, le amministrazioni o singoli (volontari, attivisti, associazioni, partiti…): tappezzino le strade con le immagini di quell’altrove così vicino e insopportabile. Anche di bimbi, perché no: anche con la Shoah la narrazione ha fatto breccia raccontando dei più piccoli. Trovino le città il modo di far aprire gli occhi a più persone, di far vedere, di quasi ‘costringere’ a guardare nella quotidianità una ‘quotidianità’ incredibile. “Ognuno è responsabile per tutti. Ognuno è l’unico responsabile”, diceva Saint-Exupéry. Ma prima ognuno ha bisogno di vedere.

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