Omicidio Orune, lo psicologo: “Adulti incapaci di comunicare il valore della vita”

"Il problema non è semplicemente il duplice omicidio, di per sé una vicenda drammatica, ma la bassa considerazione della vita propria e altrui"
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oruneROMA – “Il problema non è semplicemente il duplice omicidio, di per sé una vicenda drammatica, ma la bassa considerazione della vita propria e altrui“. È il primo pensiero di Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), interpellato ad Unomattina per commentare gli omicidi dei due ragazzi sardi Gianluca Monni e Stefano Masala.

È trascorso “un intero anno d’indagine per raccogliere le prove che hanno inchiodato i due cugini, dall’altro ieri in carcere con l’accusa di aver ucciso Monni e Masala”, racconta il giornalista Franco Di Mare. “Il corpo di quest’ultimo non è ancora stato trovato- aggiunge-, i presunti assassini lo fecero sparire per far ricadere su di lui l’omicidio di Gianluca“.

Un silenzio assordante ha coperto tutta Orune. “E’ mancato il grido d’allarme e di preoccupazione- rimarca Castelbianco- i due ragazzi hanno girato liberi per un anno nonostante tutti avessero compreso qualcosa, soprattutto perché tra i giovani l’informazione corre veloce (e non solo tra loro). Gli adulti hanno nascosto la testa sotto la sabbia perché sentivano che la questione non li riguardava”. Alla base di questo comportamento, secondo lo psicologo, non c’è il meccanismo della paura: “I ragazzi potevano temere di essere colpiti a loro volta, ma gli adulti erano piuttosto preoccupati di essere invischiati in un problema, certo non spaventati di essere uccisi. Gli adulti avrebbero potuto fare qualcosa, anche una segnalazione anonima“.

Solo grazie “alla capacità dei Carabinieri è stato possibile sapere come siano andate le cose in questo delitto”, afferma Castelbianco. “Credo che sia un’offesa all’intelligenza delle persone sostenere che siccome i giornali abbiano parlato di vendetta barbaricina, i cittadini orunesi si siano sentiti offesi decidendo di non parlare. Di fronte a una tragedia del genere non c’è offesa che tenga- prosegue lo psicoterapeuta-, intervenire significa dimostrare un ambito di civiltà. Con l’omertà e il silenzio si nega ai genitori dei ragazzi uccisi la possibilità di conoscere i motivi e addirittura di trovare il corpo. Il dolore della madre di Stefano, morta il 24 maggio, non è stato rispettato con questo silenzio né dai parenti, né dai compaesani. Non si può dare sempre la colpa a terzi, ognuno si prenda le sue responsabilità. In questo caso- conclude Castelbianco- gli adulti non sono stati capaci di comunicare ai ragazzi il valore della vita”. Qui l’intervista sul canale Facebook di Unomattina

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