Quegli stereotipi radicati anche nella psicologia femminile

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Una riflessione sul film ‘The Wife’ di Maria Felice Pacitto
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di Maria Felice Pacitto

ROMA – “L’amore fa la sua parte, l’amore è un inganno, acceca e porta la donna a rinunciare a se stessa. E anche questo un pregiudizio culturale radicato nella psicologia femminile: si è mai visto un uomo rinunciare alla sua carriera per amore?”. È una delle domande che la psicoterapeuta Maria Felice Pacitto, da sempre impegnata anche sulle questioni di genere si pone pensando alla ricorrenza per eccellenza dedicata alle donne a marzo di ogni anno e commentando il film The Wife (2017), di Björn Runge andato in onda sulla Rai proprio pochi giorni dopo l’8 marzo.

“Marzo è il mese della festa della donna e lo ‘festeggio’ da anni con Magda Di Renzo responsabile del Servizio della psicologia dell’Età dell’Istituto di Ortofonologia presentando al pubblico cassinate un film centrato su un personaggio o su una tematica femminile. Ma neanche quest’anno è stato possibile farlo. Ma perché bisogna farlo solo l’8 marzo? Le nostre questioni vanno discusse sempre e così anche i nostri diritti vanno onorati sempre. È una festa che rischia di diventare stantia se non si rinnova nei suoi contenuti e significati. Pochi giorni dopo l’8 marzo la radiotelevisione italiana presenta il film The Wife (2017), di Björn Runge, che avrei offerto molto volentieri al pubblico cassinate, centrato su una tematica ancora oggi significativa”. Scrive cosi Pacitto che, riepilogando i tratti salienti della trama, mette a fuoco alcuni aspetti cruciali legati alla questione femminile e anche alla forte penalizzazione subita in questo tempo di pandemia.

“Tutto incomincia con una telefonata con la quale viene annunciato a Joseph Costelman, scrittore di talento e di prolifica carriera, l’assegnazione del Nobel. Certo nessuno potrebbe sospettare che dietro la sua ricca produzione vi sia la penna abile e creativa della moglie. Una sorta di patto tra i due, stabilito, quasi per caso, all’inizio della loro relazione, quando lei, allieva talentuosa e di belle speranze, innamorata persa del professore, si offre di revisionare il manoscritto di lui, disperato per il rifiuto dell’editore. E così inizia una sorta di sodalizio tra i due, vissuto al di fuori di qualsiasi consapevolezza e ripensamento: lei, accecata dall’amore, chiusa in una camera a scrivere per ore all’ombra di lui; lui a pavoneggiarsi, a mostrarsi, a riscuotere apprezzamenti. Una lunga vita trascorsa insieme, apparentemente armoniosa, che rivela tutta la sua miseria la sera in cui, a Stoccolma, il marito riceve la medaglia del Nobel: lei finalmente esplode, come se finalmente arrivasse la consapevolezza del sopruso subito, delle bugie, dei tradimenti anche. Indigna la linea difensiva di lui. È lui che si è occupato dei bambini, è lui che le ha portato il thè mentre lei scriveva ed in fondo anche per lui c’è stata sofferenza ma non per l’oppressione della moglie depauperata della sua creatività (fa pensare all’alienazione dell’operaio di cui parla Marx), ma piuttosto per il suo vissuto di inadeguatezza, di incapacità rispetto all’estro creativo della moglie. Nessun senso di colpa, nessuna perplessità. Come se succhiare la creatività di una moglie a proprio vantaggio, depauperarla della sua soggettività- scrive Pacitto- fosse un fatto scontato. Il film, ispirato al romanzo di Meg Wolitzer, non è del tutto inverosimile se si pensa all’analoga vicenda di Margaret Keane, su cui Tim Burton ha costruito il film Big Eye. Un caso clamoroso di plagio: una donna fragile, che si affida e si assoggetta ai ricatti del marito, il quale si appropria della paternità dei quadri prodotti da lei. Margaret rimane segregata per 10 anni nell’atelier della loro abitazione, dove lavora per 16 ore al giorno mentre il marito miete successi. All’inizio ella era stata d’accordo perché convinta, plagiata dal marito, che in quanto donna mai sarebbe riuscita ad ottenere il successo”.

“Il film di Runge, superbamente interpretato da Glenn Close- commenta la psicoterapeuta- affonda la sua indagine nei rapporti di potere tra maschi e femmine e nei pregiudizi che ruotano intorno alle donne allorché vogliono assumere determinati ruoli. Jean, la protagonista, era un’allieva del professor Costelman dotata di talento ma che ha rinunciato ad inoltrarsi nella carriera di scrittrice perché nessuno avrebbe pubblicato i libri di una donna. Dunque scriverà per il marito, al quale sicuramente si sarebbero dischiuse le porte del successo. Sia Keane, sia Costelman, sono due personalità narcisistiche, due bugiardi, che non hanno alcun riguardo e rispetto per gli altri e per le loro vite. Su entrambe le vicende, raccontate nei due film, gravano retaggi culturali che fanno ancora difficoltà a scomparire: l’idea scontata del sacrificio della donna per il benessere e il successo del maschio, la passività della donna che non lotta per se stessa e si adegua. Tutte idee legittimate culturalmente” scrive Pacitto.

“È forse proprio a causa di questi stereotipi culturali, radicati anche nella psicologia femminile, che le donne sono state le più sacrificate dalla pandemia secondo un meccanismo di esclusione che ha radici profonde ma che si è enormemente amplificato con la pandemia. Le donne- conclude Pacitto- sono quelle che hanno dovuto barcamenarsi tra lavoro, cura della casa e assistenza ai figli nella scuola a distanza, rinunciando al proprio tempo libero e, in alcuni casi, riducendo il lavoro. Quando poi è stato necessario lasciare un genitore a casa per occuparsi dei figli, sono rimaste le donne che hanno un lavoro meno retribuito ed instabile”.

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