Mauritania, Stango (Fidu): “Crescono affluenza e voglia di diritti”

Presidente: serve più democrazia contro schiavitù e povertà
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ROMA – “Mentre ai seggi di Nouakchott abbiamo notato un’atmosfera di grande calma e tranquillita’, la polizia sin dal pomeriggio del voto ha iniziato a mobilitarsi. In generale, i nostri contatti ci riferiscono di blocchi continui a internet e di un comportamento violento da parte delle forze di sicurezza, intervenute massicciamente in diverse citta’ e nella stessa capitale per disperdere le proteste”. Cosi’ alla ‘Dire’ Antonio Stango, presidente della Federazione italiana per i diritti umani (Fidu), contattato al rientro dopo una missione di osservazione in Mauritania, dove sabato si sono svolte le elezioni presidenziali.

Sei gli sfidanti in corsa, e gia’ domenica sera il candidato di governo si proclamava vincitore con circa il 52 per cento dei consensi, un risultato che gli ha consentito di evitare il ballottaggio del 6 luglio. Immediate le reazioni delle opposizioni che, denunciando brogli, hanno convocato manifestazioni. L’ultima ieri, con decine di feriti. “In Mauritania la democrazia c’e’, ma non e’ del tutto compiuta” dice Stango, convinto che permangano “elementi di opacita’”. Ad esempio, agli operatori Fidu e’ stato riferito che in molte aree del Paese – soprattutto nelle zone rurali – il voto e’ stato “controllato”. Secondo Stango, “i capi villaggio decidono per chi le persone devono votare” e inoltre “molti hanno lamentato che i media di Stato abbiano dato pochissimo spazio ai candidati di opposizione”. Il Paese, prosegue il presidente della Federazione, “e’ retto da un regime piuttosto autoritario, che rispecchia gli interessi di certe etnie, che tradizionalmente dominano su altre. Difficile insomma che chi e’ al potere da sempre rinunci alla sua posizione”.

Ci sono pero’ segnali positivi: “In molti si sono registrati per votare e l’affluenza alle urne (stimata in oltre il 62 per cento secondo la Commissione elettorale, ndr) e’ stata molto alta e superiore rispetto alle ultime elezioni del 2014”.

A crescere non e’ stata solo l’affluenza alle urne, ma anche il consenso ottenuto da Biram Dah Abeid, il candidato anti-schiavitu’ che si batte per i diritti umani. Dah Abeid, piu’ volte in carcere per il suo attivismo, ha ottenuto il 18 per cento, il doppio rispetto al 9 per cento del 2014, quando corse per la prima volta. “Biram Dah Abeid si batte per un problema estremamente grave” dice ancora il presidente della Fidu. In Mauritania, la schivitu’ si declina in forme ancora ancestrali: “Le etnie dominanti – araba e berbera – considerano i neri, ossia gli haratin, inferiori. Non si tratta solo di lavoro servile, ma di qualcosa di ancora piu’ tragico”.

Sul fenomeno non esistono ancora stime esatte, sottolinea Stango, ma per gli esperti potrebbe riguardare decine di migliaia di persone a cui “non viene riconosciuto alcun diritto. Non hanno i documenti, quindi non possono votare. Inoltre, alla nascita spesso i bambini non vengono registrati. I figli degli ‘schiavi’ sono automaticamente considerati schiavi”. Secondo le istituzioni, pero’, il problema “non esiste, dal momento che la legge che vieta la schiavitu’ c’e’. Non viene pero’ applicata. Il problema e’ scardinare un’abitudine culturale plurisecolare, che si registra pero’ solo in determinate zone del Paese”. Oltre alla schiavitu’, c’e’ il problema “della poverta’ diffusa, della mancanza di infrastrutture e delle disuguaglianze, ai diritti violati, in particolare quelli de

lle donne”. Per il responsabile, le elite al potere gestiscono le risorse economiche, ridistribuendo benefici e ricchezze in modo impari, “favorendo la corruzione”. La speranza per la democrazia, conclude l’esperto, e’ rappresentanta “da una rivoluzione graduale e pacifica, come quella promossa da attivisti come da Biram Dah Abeid. In questo pero’, e’ fondamentale che la comunita’ internazionale faccia sentire il suo sostegno”.

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26 Giugno 2019
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