Minori non accompagnati, chi sono? Soprattutto adolescenti maschi

I minori non accompagnati sono in crescita e le modalità di arrivo sono differenti rispetto al passato. In 3 anni ne sono arrivati in Italia più di 13mila
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Protesta migranti

ROMA – Chi sono i minori non accompagnati? “Il 95% degli 11.800 minori sono maschi; l’80% ha dai 16 ai 17 anni. Sono ragazzi che nutrono una speranza di inserimento lavorativo di cui bisogna tener conto”. Parte da qui Luigi Maria Vignali, direttore centrale per le questioni migratorie del Ministero degli Esteri, intervenendo al seminario sui ‘Minori non accompagnati’.

Da dove vengono? “Uno su 5 viene dall’Egitto– continua l’esponente della Farnesina- il 12% è albanese, il 10% eritreo e un altro 10% viene da un paese che oggi fronteggia una grave crisi: il Gambia“. Per quelli che si trovano a chiedere lo status di rifugiato “la nazionalità cambia- afferma Vignali- provengono perlopiù da Gambia, Senegal, Nigeria, Bangladesh e Mali”. Si tratta quindi di un cambiamento di rotta rispetto al passato: “Prima c’era una maggiore affluenza migratoria dal Corno di Africa, oggi abbiamo una maggiore provenienza di persone dall’Egitto, dal Medioriente e dai paesi dell’Africa occidentale. Poniamoci il problema di ciò che accade durante il loro viaggio verso l’Europa- sottolinea l’esponente della Farnesina- perché è lì che sono più vulnerabili”.

Sono molte le iniziative interessanti. Vignali ricorda la Carta di San Gimignano del 2015, l’appello di Palermo del gennaio 2016, ma “si fermano all’arrivo in Italia. Invece un interessante progetto attivato dai ministeri dell’Interno e degli Esteri con le Comunità di Sant’Egidio, Valdese e le chiese evangeliche, dal titolo ‘Corridoi umanitari‘- continua il relatore- mira ad identificare i rifugiati nei paesi di transito e farli arrivare in Italia evitando la rotta marittima o l’attraversamento del deserto, che possono portare alla morte”.

“Il 50% dei migranti sono bambini che viaggiano con le loro famiglie ed è difficile identificarli già nel transito. L’Italia può avere un ruolo leader nello stabilire lo status di minori non accompagnati“, afferma Vignali al convegno promosso da Paola Binetti. Altre iniziative dell’International Organization for Migration (IOM) hanno puntato a realizzare programmi di tutela per i minori non accompagnati, per individuarli, assisterli e verificare se possono essere ricondotti dalle famiglie di origine. “Non è facile perché sono sempre minori che scappano o sono fatti partire dalle famiglie di origine. In questo reintegro dovrebbero essere tutelati- ricorda Vignali- è un punto della carta di Palermo: verificare la possibile di inclusione sociale nel processo di reinserimento scolastico, di assistenza psicologica e di formazione professionale. Non dovrebbe essere un viaggio di ritorno senza prospettive di vita”. L’Italia fa la sua parte nel lavoro di cooperazione allo sviluppo. “Il progetto Salem finanziato dall’Unione europea si focalizza sul rimpatrio in Senegal attraverso forme di tutela scolastica, sociale e psicologica. L’iniziativa è partita due anni fa e può essere replicata in altri paesi. C’è molto da fare sul piano internazionale , è importante avviare un dialogo con i paesi di origine e di transito. L’Italia in questo periodo ha una leadership nella capacità di accoglienza- conclude- dovrebbe averla anche nel dialogo con questi paesi”.

IN 3 ANNI SBARCATI 13.000, ITALIA NE PUÒ ACCOGLIERE SOLO 11.800 – I minori non accompagnati sono un fenomeno in crescita e le modalità di arrivo sono differenti rispetto al passato. “Negli ultimi tre anni, in 13.000 minori sono sbarcati in Sicilia ma il sistema italiano ne può accogliere solo 11.800”: lo fa sapere il prefetto Angelo Malandrino, responsabile del Servizio immigrazione del ministero dell’Interno, presente al convegno promosso alla Camera dei deputati su ìI minori non accompagnati’. Il ministero dell’Interno sta realizzando Centri di alta specializzazione per i minori non accompagnati, “all’interno dei quali questi soggetti non possono rimanere più di 60 giorni. Qui devono essere identificati, anche per età, curati e tutelati prima di passare nelle comunità di accoglienza”. Quindi, “assieme al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) per adulti, ci saranno gli Sprar per i minori. Per il momento sono disponibili 700 posti per la prima accoglienza- aggiunge Malandrino- adesso diventeranno 1.200. Gli Sprar contano su un totale di 1.850 posti”.

Nel meccanismo di accoglienza “i sindaci restano i principali protagonisti- prosegue il prefetto- anche se nel recente tentativo di riforma, riguardo al Fondo nazionale per l’accoglienza dei minori stranieri, ci sono state intese su tutti i livelli, proprio a partire dalle Regioni. Stiamo realizzando un rapporto stretto su questa parte di accoglienza, anche per sollevare i sindaci da una difficile situazione finanziaria. Loro non hanno molte risorse e lo Stato ha deciso di subentrare per il sostegno finanziario relativo all’accoglienza dei minori. Resta però ai primi cittadini- sottolinea l’esperto di immigrazioni- la responsabilità sul percorso dei minori stessi”.

Il secondo obiettivo del ministero dell’Interno “è qualificare l’accoglienza dei minori. Ci sono situazioni nazionali differenziate- fa sapere il prefetto- perché l’accompagnamento è legato al sistema di Welfare che esiste in ogni realtà”. In questo contesto, “il nostro obiettivo è migliorare e rendere l’accoglienza omogenea”. Con il contributo di ‘Save the Children’ e dell’Unhcr “abbiamo realizzato un monitoraggio sulle attività svolte nei Centri di accoglienza, producendo report significativi. Abbiamo dato una proroga alle strutture esistenti per sviluppare un solido e robusto sistema di monitoraggio”. Qual è secondo lei il problema principale? “L’allontanamento- ammette il prefetto- su 11.600 minori, 6.500 sono stati allontanati”. Come si può prevenire questo fenomeno? “Aprendoci all’ascolto del minore già nelle prime fasi dello sbarco”. Malandrino ricorda che si tratta di ragazzi che si sono allontanati “spesso per sostenere le famiglie da un punto di vista economico. Per loro restare nelle comunità può essere una perdita di tempo- conclude- vogliono lavorare e finiscono per finire a lavorare in nero”.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

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