Coronavirus, per l’ultimo commiato anche finte soste dal benzinaio

Per tutti i riti, dai matrimoni ai battesimi, le disposizioni si sono fatte "sempre piu' stringenti"
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ROMA – Nell’emergenza coronavirus, all’impossibilita’ di dare il commiato ai defunti nelle forme tradizionali “si e’ cercato di ovviare, a volte, anche con espedienti un po’ rocamboleschi: una sosta di emergenza in un’area servizio, un distributore che si prestava ad accogliere la salma e due macchine che si accostavano per una preghiera“. Un modo “pero’ poco dignitoso”, sintomo di un “vulnus molto grave” che si creato di fronte alla pandemia. A riferire questi episodi e’ monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, nel corso di una commissione del Consiglio comunale. 

In generale, per tutti i riti, le disposizioni si sono fatte “sempre piu’ stringenti”, riepiloga Silvagni: “Sono state sospese immediatamente tutte le attivita’ che prevedono la riunione e la concentrazione di piu’ persone e infine e’ arrivata la sospensione di tutte le celebrazioni pubbliche”. Ad esempio “i battesimi dei bambini e degli adulti, che sono particolarmente numerosi in questo periodo- spiega Silvagni- sono stati spostati in avanti salvo i casi di emergenza“, in cui vengono adottate “meticolose” precauzioni. Per quanto riguarda i matrimoni, “alcuni sono stati celebrati ugualmente, anche con le restrizioni stabilite- continua il prelato- e quindi solo con la presenza di testimoni, ministro di culto ed eventualmente genitori, ma poco piu’ di questo. Non ci siamo sentiti di scoraggiare questa iniziativa, che ha qualcosa di eroico e prodigioso”. Ma la maggior parte delle coppie “ha preferito rimandare la celebrazione, anche se con comprensibile disagio, perche’ hanno considerato fosse impensabile un rito matrimoniale senza parenti, amici e senza il contatto dei baci e degli abbracci“, sottolinea Silvagni.

“Piu’ delicata”, continua Silvagni, l’assistenza ad anziani e malati in casa o nelle case di cura e negli ospedali: “In generale e’ prevalso il criterio di prudenza evitando le visite“, negli altri casi si e’ proceduto “con le dovute precauzioni”. Da parte delle strutture “c’e’ stata grande disponibilita’, ma a volte anche qualche intoppo legato a una situazione del tutto imprevedibile”, racconta il vicario della Curia: si e’ registrata “qualche interpretazione un po’ troppo restrittiva dei regolamenti o qualcuno che andava avanti secondo il suo punto di vista, soprattutto tra gli operatori sul campo”.
Per la Chiesa bolognese “un dolore molto grande e’ che molte persone hanno vissuto gli ultimi giorni sole, assistite solo dal personale ospedaliero ma senza la possibilita’ di avvicinare parenti, amici e ministri di culto”, rimarca Silvagni: “E’ uno scrupolo molto grande, possiamo trovare tutte le giustificazioni del mondo ma non siamo tranquilli, crediamo di non aver saputo suggerire e concordare in fretta misure piu’ rispettose del malato e del morente, oltre che dei familiari”. Perche’ l’assistenza “anche spirituale oltre che psicologica e medica“, afferma Silvagni, e’ “un grande principio di civilta’”. Infine, quello dei funerali e’ “un punto veramente dolente- dichiara Silvagni- perche’ con le progressive restrizioni si e’ arrivati praticamente a rendere impossibile qualunque commiato, si e’ detto che sarebbero state consentite le preghiere nella camera mortuaria o sul luogo di sepoltura ma di fatto molta gente e’ stata lasciata andar via senza un momento di saluto o di elaborazione insieme”. Un prete che benedice in “si trova ma non e’ questo il commiato”, afferma Silvagni, richiamando gli “espedienti” gia’ citati. Ora pero’ “la situazione sta migliorando e si intravede qualche sbocco“, conclude il vicario.

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