Se una telefonata accorcia il contagio e la burocrazia lo allunga…

Senza laurea non si possono chiamare e avvisare i contatti di chi è positivo. Invece la notizia di un positivo a scuola viaggia veloce di chat in chat tra genitori e ragazzi. Forse c'è qualcosa da sistemare
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BOLOGNA – E adesso ci si mette anche la burocrazia. I contagi da Coronavirus hanno ripreso a galoppare, e a far paura; inoltre, da più parti si sente ripetere che non ci sono abbastanza medici per reggere l’urto della seconda ondata. Dunque, bisogna fare di tutto per frenare l’esplosione geometrica della diffusione del virus. E qui si scopre che anche la burocrazia mette i bastoni fra le ruote. 

Sarà anche una cosa da poco, ma mentre andava in onda il braccio di ferro Governo-sindaci sulle piazze da chiudere (sempre per fermare i contagi), il primo cittadino di Bologna, Virginio Merola, ha fatto anche notare che sul tracciamento di come si propaga il virus (che è una delle ‘armi’ per combatterlo) c’è “una delle questioni da mettere a fuoco immediatamente perchè, a proposito di burocrazia, la norma dice che le persone tracciate devono essere contattate da personale dell’Ausl che dev’essere, allo stato attuale, per forza laureato”. Esatto, ha detto così: laureato. Niente laurea, niente telefono. E a Bologna “noi stiamo cercando di comprendere, visto che in Comune abbiamo molte persone in grado fare una telefonata, se con un breve corso di formazione possono dare un contributo all’Ausl”. Insomma, “dobbiamo cercare di aggirare un po’ tutti gli ostacoli normativi“. Ecco, siccome la produzione legislativa d’urgenza in questo periodo ‘non dorme mai’, forse due-righe-due potrebbero aiutare questo fronte della lotta al Covid, arruolando qualche non laureato in più per fare quella telefonata in più che servirebbe. I medici che servono non si sfornano su due piedi, ma i non laureati forse… Anche perchè gli esperti stanno dicendo che l’indice di contagio corre veloce e gli ‘inseguitori’ non devono farsi staccare: sennò, addio tracciamento.
Ma non è tutto in tema di telefonate. In Veneto, ha raccontato oggi una docente di immunologia, sono arrivate segnalazioni dall’Emilia-Romagna sul fatto che quando un ragazzo è positivo, i compagni di classe continuano ad andare a scuola finchè non viene fatto il tampone. È il protocollo, si risponderà. Vero, ma il protocollo non ferma le chat di ragazzi e genitori e la notizia lì circola veloce. Diceva l’immunologa: “Se è così, questa è un’altra cosa che andrebbe cambiata. Bisogna fare in modo che finchè non c’è il risultato, i ragazzi stiano a casa”. Protocollo o non protocollo, forse anche qui c’è da fare una telefonata (in più) per spiegare alle famiglie (del contagiato e dei compagni) come funziona la cosa e perchè. Perchè è vero dappertutto che il paese è piccolo e la gente mormora, è vabbè; ma col Covid si rischia solo di far salire il livello della paura e del dubbio.

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