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Loure, il pastore che ha salvato le terre Masai: “Nessuno può arricchirsi alle nostre spalle”

Parla il premio Goldman 2016 per l'Ambiente: "La mia comunità ha bisogno della pastorizia, ma non si tratta solo di economia: lì sono tutti i nostri valori"
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edward loure a romaROMA – “Mi chiamo Edward Loure e vengo dalla Tanzania. Sono un pastore Masai. La mia comunità per sopravvivere ha bisogno della pastorizia, ma non si tratta solo di economia: lì sono tutti i nostri valori“. Il premio Goldman 2016 per l’Ambiente è di nuovo a Roma, ospite dell’organizzazione ‘Terra nuova’, dal quale presidio chiede aiuti all’Europa per far sopravvivere la propria civiltà dalle aggressive politiche delle multinazionali del turismo e dell’agricoltura intensiva.

“La nostra comunità conta 350mila pastori in Tanzania, un numero importante, in Kenia siamo ancora di più e stiamo crescendo. Il nostro sistema fornisce più alimenti rispetto ai sistemi intensivi, ma non ci sono ricerche che testimoniano il nostro apporto al Pil. Per questo stiamo collaborando con partner europei per dimostrare la nostra importanza con ricerche e studi, ma abbiamo bisogno di altro aiuto per farlo”.

Loure è dai modi spicci e dalla risata corposa: “Venendo qui ho scoperto quanto siete fortunati, visto quanto cibo avete (e quanto ne sprecate), ma ci sono molte persone che soffrono per mancanza di cibo. Le politiche di agricoltura su larga scala sfruttano la nostra fame, vanno dai nostri pastori e li obbligano a vendere le loro terre. Quando non riescono a convincerli sfruttano i canali governativi con vere e propri prestiti truffa”.

La tattica da aggirare è quella del divide et impera, per questo l’opera del “pastore avvocato” è quella di spingere le multinazionali e il governo a una contrattazione collettiva: “Noi non siamo contro il turismo, ma contro quel turismo da cui non abbiamo nessun beneficio e che sfrutta la nostra cultura per occupare e abusare del nostro territorio”.

Tanti tour operator si stanno arricchendo con il marchio Masai alle spalle dei Masai. “Dare concessioni a 99 anni o in modo permanente sulle nostre terre significa uccidere le nostre risorse. Nei contratti le clausole prevedono benefici per la nostra gente che poi non vengono concessi. I buoni tour operator sono quelli che lavorano insieme alla comunità, decidendo insieme a noi come agire, nel chiaro rispetto dei patti, aprendo conti bancari a nome della comunità e non a livello individuale e scrivendo le concessioni quinquennali nella nostra lingua. Dopo questo inatteso premio dev’essere ancora più chiaro che chiunque vuole venire in Tanzania deve rispettare i nostri diritti inalienabili sull’uso della terra dove siamo nati”.

di Alfredo Sprovieri

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