Unioni Civili, a un anno dall’approvazione “legge è solo un primo passo”

[video mp4="https://media.dire.it/2017/02/cirinnà.mp4" poster="https://www.dire.it/wp-content/uploads/2017/02/cirinnà_cat.jpg"][/video] ROMA - "Sono felice che oggi sia il 16 febbraio. Esattamente un anno fa ci
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ROMA – “Sono felice che oggi sia il 16 febbraio. Esattamente un anno fa ci fu la tempesta perfetta. Questa legge è come un fiume che ha raccolto tutto quello che è arrivato, ma il 16 febbraio del 2016 il fiume si è diviso“. Parte da questo ricordo Monica Cirinnà, senatrice Pd e promotrice della legge 76/2016, al convegno ‘Unioni civili, omogenitorialità e convivenze di fatto: tra diritto e psicologia’ a Roma presso l’Università Niccolò Cusano.

“I cinque punti sui quali la legge si doveva fondare li avevo decisi con la maggioranza”. Tra questi ricorda “il no a discriminazioni sui diritti sociali; il riconoscimento della reversibilità della pensione; l’equiparazione dell’asse ereditario principale (il compagno/la compagna sia il legittimo erede in base all’articolo 3 della Costituzione); e il riconoscimento dell’omogenitorialità (art 44 comma 1 lettera d della legge 76)- continua la senatrice- ovvero il riconoscimento omoparentale del figlio del partner. Quest’ultimo punto fece scoppiare la tempesta perfetta: il percorso di accordo costruito in commissione Giustizia si ruppe, infatti, perché il Movimento 5 Stelle non votò l’emendamento Marcucci”.

L’Italia “rischiava così di tornare di nuovo nell’immobilismo nonostante l’avanzamento del gruppo Lgbt- spiega la promotrice-, ma la legge venne fortunatamente accantonata per una settimana. Sette giorni in cui esplose il delirio- ricorda Cirinnà- si pensava che tutti i 15 mila bambini delle case famiglia in Italia sarebbero andati nelle braccia delle coppie omoparentali. E ancora oggi viviamo in una dicotomia fortissima, solo una parte di quanti hanno votato la legge sa che si tratta solo del primo passo“.

Per Cirinnà la grande questione era: “Come coniugare l’amore, il diritto all’affettività, con la tecnica giuridica? Dobbiamo garantire a queste coppie la stessa dignità e lo stesso riconoscimento giuridico che viene dato alle altre coppie”. Un obiettivo che vede l’Italia arrivare “ultima in Europa, approvando solo l’anno scorso una legge che riconosce le coppie dello stesso sesso con un nuovo istituto di diritto pubblico, a cui può essere attribuito il titolo di famiglia”. Un obiettivo  che viene da lontano: “Il primo testo di legge che puntava a dare riconoscimento alle coppie omosessuali possiamo farlo risalire al 1988 con la prima proposta di legge (PdL N. 2340, Disciplina della famiglia di fatto), per il riconoscimento delle convivenze tra persone”.

Testo che non “ebbe fortuna e nemmeno i successivi- prosegue la senatrice- ma nel frattempo l’Europa galoppava verso dei riconoscimenti ampi. Alcuni Paesi sono già al matrimonio egualitario: L’Inghilterra, la Francia e la Spagna. Le unioni civili esistono invece in Austria e Germania. Io sono favorevole al matrimonio egualitario, ma bisogna essere realisti quando si sta in Parlamento senza voler giocare sulla pelle delle persone. Io sapevo che questo Parlamento non aveva i numeri per votare un matrimonio egualitario. Per oltre 2 anni- precisa Cirinnà- ho scritto 4 volte il testo della legge e facevo il calcolo con il mio pallottoliere. Quattro versioni per costruire il consenso necessario”.

Degli aiuti arrivarono dalla “sentenza 138 del 2010 della Corte costituzionale, che condannava il Parlamento per il suo immobilismo e chiedeva di incardinare il riconoscimento delle coppie omosessuali nell’articolo 2 della Costituzione- chiosa l’esponente del Pd-, dal principio di non discriminazione sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione e da quanto veniva suggerito dalla Corte europea: ‘Nessuna discriminazione sui diritti sociali, perché i lavoratori sono tutti uguali’. C’è molta strada da fare, i bambini arcobaleno non sono ancora uguali a tutti gli altri. Io difendo questa legge- conclude Cirinnà- ma come tutti i primi passi ne abbiamo davanti tanti altri”.



FORTUNA (UNICUSANO): APPLICAZIONE LEGGE È QUESTIONE APERTA

“È un tema molto delicato, su cui il dibattito si è intensificato negli ultimi due anni per sfociare poi in una regolamentazione che si ispira a quanto avviene a livello internazionale. Questioni aperte permangono sul profilo applicativo della legge e sulle conseguenze di ordine psicologico che andranno approfondite in modo appropriato”. Così Fabio Fortuna, rettore dell’Università Niccolò Cusano (Unicusano), apre il convegno ‘Unioni civili, omogenitorialità e convivenze di fatto: tra diritto e psicologia’.

“Sono uno studioso di economia ma riconosco l’assoluta importanza del diritto. Le regole vengono prima di ogni altra cosa- prosegue Fortuna- e i giovani devono imparare a rispettarle”. Un principio che “riguarda tutte le norme e non solo quelle sulle unioni civili”. Fortuna conclude la sua introduzione ai lavori del convegno invitando i ragazzi a studiare la lingua italiana e ad avere una mente aperta: “Importantissima è l’interdisciplinarietà. Il cervello deve essere poliedrico, la visione e la capacità di ragionamento devono essere ampie“.


DI FILIPPO (UNICUSANO): FIGLI IN COPPIE OMO CRESCONO COME IN ETERO

I principali pregiudizi sembrerebbero riguardare la possibile identificazione di genere del bambino nei confronti dell’adulto dello stesso sesso. Sostanzialmente in una coppia”, ad esempio, “di genitori maschi la figlia femmina non troverebbe una figura femminile in cui identificarsi. Non c’è solo questo pregiudizio, ma tanti altri”. Lo dice Gloria Di Filippo, preside della facoltà di Psicologia dell’Università Niccolò Cusano, nel corso del convegno a Roma sul tema ‘Unioni civili, omogenitorialità e convivenze di fatto: tra diritto e psicologia’, chiarendo all’agenzia Dire quali sono i pregiudizi sul tema e passando in rassegna circa 60 ricerche internazionali.

“Molti pregiudizi fanno pensare che una coppia omogenitoriale non sia sufficientemente adeguata a crescere il bambino nel benessere psicologico. Invece- chiarisce la psicologa- questi bambini sono perfettamente identici ai figli che crescono in famiglie etero. Quello che cambia non è l’orientamento di genere dei genitori ma il clima in cui crescono i figli”.

Oggi “ci occuperemo del contesto sociale in cui vivono i bambini di famiglie omogenitoriali. Culturalmente non siamo preparati ad affrontare situazioni di questo genere. Forse- aggiunge Di Filippo- bisognerebbe fare un lavoro di informazione, sensibilizzazione e accompagnamento soprattutto delle famiglie eterogenitoriali più che dei bambini e delle famiglie omogenitoriali, affinché comprendano che non c’è nulla di diverso e di male nelle famiglie omogenitoriali”.

Non lo dimostrano solo gli studi internazionali. Lo conferma “anche uno studio italiano condotto dall’Università La Sapienza di Roma che ha confrontato 16 famiglie eterogenitoriali e 16 famiglie omogenitoriali studiandone il benessere dei bambini e l’impegno nella relazione. Il risultato è che non esistono differenze. La letteratura dice che non ci sono evidenze- conclude- che suggeriscano che le coppie omo non siano adatte a diventare genitori”.

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