Alla Rsa di Cologno personale decimato e parenti esclusi

In tre settimane sono morte 23 persone nella struttura dei Mantovani: "Non ci dicono nulla"
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MILANO – Personale ridotto di due terzi tra chi è infetto e chi in malattia, 23 decessi in tre settimane, mancanza di tamponi, dispositivi di protezione inadeguati, precauzioni non sufficienti per prevenire il contagio, carenze strutturali, mancanza di comunicazione, una lettera all’assessore al Welfare Giulio Gallera senza risposta. Mentre esplodono le richieste sulla gestione del coronavirus nelle Rsa lombarde, spunta dal mazzo delle presunte negligenze nell’assistenza agli anziani un nome eccellente: la casa famiglia di Fondazione Mantovani a Cologno Monzese, controllata dalla famiglia di quel Mario Mantovani che fu assessore e vicepresidente Pdl nella giunta Maroni. Mantovani, personaggio discusso, è stato condannato nel luglio 2019 per corruzione, concussione e turbativa d’asta. Nelle motivazioni della sentenza i giudici attribuiscono tra le altre cose a Mantovani di aver curato “interessi privati di natura imprenditoriale mediante la strumentalizzazione dei poteri pubblici”.

Fin qui il contesto. Eppure soltanto il 30 marzo scorso il sindaco di Cologno, il leghista Angelo Rocchi, si complimentava con l’istituto ricordando come la situazione “che ad ora non vede casi di covid-19”, fosse “sotto stretto monitoraggio”. La realtà raccontata alla ‘Dire’ dai familiari degli ospiti ricoverati nella struttura descrive invece una situazione su cui anche il sindaco ha dovuto ricredersi, se non altro richiedendo un report alla casa famiglia e decidendo di istituire una task force per la gestione dei malati. Resta comunque una carenza di operatori, che, come raccontano i parenti, “sembrano lanciare un grido di aiuto”.

“Intorno a fine marzo mi dicevano che mia madre stava bene, che al momento era sfebbrata”, racconta Riccardo, che in ospedale ha la mamma 78enne, patologica ma da sabato in coma. “Mi dicevano che le stavano fluidificando il sangue in maniera preventiva. Poi mercoledì scorso mi hanno detto che le era venuta la febbre, una cosa che nelle case di riposo è comune in questo periodo dell’anno, anzi anche in agosto”. E, a proposito del personale, adesso servono i volontari dell’Avis per dare da mangiare “agli allettati” che, come certifica Rita, altra figlia di un’ospite, “sono la maggior parte dei pazienti”.  Rita sottolinea anche il problema dei letti nell’edificio, “più larghi delle porte”, altro ostacolo da superare per i pochi lavoratori superstiti. Gli altri sono ricoverati in ospedale, o in malattia. “Probabilmente il personale che si muove con i mezzi pubblici ha fatto entrare il covid all’interno”, racconta il figlio di un’altra mamma ospite del casa di riposo dei Mantovani, Fabrizio, specificando comunque che sulla supposizione “non si ha certezza”. “L’unico dato certo- dice- è che non siamo stati noi parenti, perché dal 23 febbraio ai parenti è stato impedito l’accesso“.

Un accesso impedito con qualche piccola deroga. Tipo dieci giorni dopo quel 23 febbraio, giorno della prima delibera spesso nominata dall’assessore lombardo Giulio Gallera (“che non ci ha mai risposto”, sottolinea Rita), è stato consentito a Fabrizio di vedere la mamma, che a sua volta ha riferito a Riccardo circa le buone condizioni della sua. Erano a sei metri di distanza e attraverso un vetro. Riccardo ha potuto far sentire alla madre la sua voce al telefono grazie all’indulgenza di un’operatrice, e nulla più. “Quella dottoressa che mi fece parlare al telefono con mia madre si è poi ammalata, con la sua collega”, specifica.

Riccardo sottolinea come gli operatori fossero molto rigidi sul rispetto del riserbo circa le condizioni di tutti, sanitari compresi. “Addirittura qualcuno di noi ha chiesto al personale se qualche operatore fosse ammalato ma le risposte furono risentite, perché insomma ‘per la privacy non si potevano dare notizie’. Ma quale privacy…”. Ad oggi, tutti i ricoverati sono stati isolati dal rispettivo nucleo di appartenenza e sono stati collocati in camere separate e singole, seppur in una situazione di promiscuità all’interno del medesimo nucleo.

Una mancanza di comunicazione assoluta, perché “non è accettabile che i familiari debbano più volte tentare nell’arco della giornata con qualcuno, perché non vengono informati sulla salute dei propri cari”, come dice Rita, che al Mantovani ha ricoverata una madre 86enne, “lucida fino ad una quindicina di giorni fa”, che non può deambulare. “Da quando è iniziato il problema c’è stato uno stravolgimento completo delle attività giornaliere, dalla fisioterapia al tempo libero, tutte queste attività sono state cancellate”, racconta Rita, motivando per questo il peggioramento mentale della madre.

“Mi definisco privilegiata perché stante lo stato di salute mia mamma ha un telefono privato che in questi due anni mi ha consentito di poterla contattare, e le assicuro che in questo periodo la sento cinque o sei volte al giorno, perché è lei che mi chiama, disperata, dicendo che è diventato un inferno“.

L’altro aspetto è quello dei tamponi che non sono ancora arrivati. “Da quando c’è la task force, e da quando come ci dicono hanno assunto nuovi medici, fanno il test rapido agli ospiti e al personale” dice Fabrizio, “mantenendo comunque spazi promiscui”. Ma di tamponi neanche l’ombra, nonostante richieste reiterate: “Anzi, si suppone che molti decessi delle ultime settimane siano covid”, suppone Fabrizio, che non è nelle condizioni di verificare l’ipotesi.

La struttura di Cologno non si è resa disponibile ad accogliere pazienti covid esterni proprio perché evidentemente carente di spazi adiacenti, e il personale aveva dispositivi di protezione dall’inizio, “seppur chirurgici”, concedono i parenti sentiti dalla ‘Dire’. Nel frattempo il sindaco pare essersi attivato con Ats, Protezione civile e Regione per i tamponi. “Quando mia mamma si è infettata- racconta infine Fabrizio- mi hanno detto che iniziavano con la terapia antibiotica e cortisone come da protocollo, ora è sotto ossigeno”.

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15 Aprile 2020
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