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Le regole di Twitter? Le decidano le Nazioni Unite

Forse basta cambiare social. Oppure no. Perché è del popolo
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ROMA – Anche Donald Trump è riuscito a scrivere “una storia di successo”. Non il muro anti-migranti celebrato ieri al confine con il Messico, ma l’aver sollevato il dibattito su un nodo che faremmo bene a sciogliere. Twitter, Facebook e gli altri colossi dei social sono società private. Occupano però uno spazio pubblico. A casa mia non posso accoltellare né torturare. Non è uno spazio extraterritoriale, non c’è immunità per gli assassini. Faccio parte di una comunità più grande, con le sue regole e i suoi divieti. Che accoltelli a casa mia o per strada, per la legge è uguale. E allora perché le regole dovrebbero fissarle i proprietari di casa? Perché sui social sono loro a decidere chi parla e chi no? E se Instagram fosse la Spectre? E se alla guida, invece di Mark Zuckeberg, ci fosse il Dottor No? Su Bbc Radio l’altro giorno parlavano di “a few billionairs”, il pugno di miliardari della Silicon Valley, interrogandosi su coerenza e scelte consequenziali, che posti la destra o la sinistra. Non è solo Trump. Prendete la Nigeria: Twitter è stata accusata di soffiare sul fuoco della rivolta dei ragazzi che denunciano gli abusi della polizia. E’ meglio che a decidere chi può parlare sia un governo eletto oppure i miliardari della California? O forse chi non è d’accordo dovrebbe semplicemente cambiare social? Ah, ecco, idea: facciamo decidere alle Nazioni Unite. Magari all’Assemblea generale, dove “America First” vale zero e il diritto di parola ce l’hanno tutti.

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