Quando il panino di McDonald’s unisce ragazzi di origini diverse

ROMA  - “Bambini o ragazzi di origine asiatica e africana che parlano il dialetto della città di accoglienza
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ROMA  – “Bambini o ragazzi di origine asiatica e africana che parlano il dialetto della città di accoglienza stupisce ancora, perché sembra contrastare con le loro origini naturali. Eppure sembra strano ma è una realtà che il panino di McDonald è diventato oggi un momento di condivisione tra ragazzi di origini diverse”. Parte da qui Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), per riflettere sull’inutile e montante onda d’odio e razzismo che sta emergendo in Italia e che si è concretizzata con l’omicidio di Fermo.

“Il presupposto iniziale a cui tutti dobbiamo indiscutibilmente aderire è l’internazionalità e interrazzialità di cui la nostra società è ormai parte integrante. L’aspetto fondamentale da considerare è l’integrazione di religioni, pensieri, culture e abitudini- prosegue lo psicoterapeuta- che sono una grande ricchezza, ma possono essere vissuti in modo non valevole, specialmente da adulti e, per altri versi, dai giovani”.

Da un lato gli adulti possono considerare “anomali i musulmani che si inchinano per terra a pregare, essendo un’usanza per noi diversa; oppure possono criticare le spezie usate dagli indiani in cucina, che hanno odori tanto forti da diventare spesso oggetto di discussione nella nostra cultura”.  Dall’altro lato invece “abbiamo i bambini nati da genitori immigrati, che devono sia adeguarsi alla cultura del paese ospitante che mantenere le usanze dei loro avi. In effetti, la prima grande frattura avviene proprio tra genitori e figli che vengono da paesi lontani- chiosa l’esperto- poiché i bambini tendono ad adeguarsi alla nostra società e a rifiutare i vecchi riti e comportamenti che all’opposto sono nel cuore e nella mente degli immigrati. Vorrei ricordare che gli italiani emigranti all’estero- continua Castelbianco- erano conosciuti per gli spaghetti, il ragù e le abitudini alimentari che si portavano nei loro ricordi. Questo fenomeno si ripropone in tutte le culture”.

I giovani immigrati di seconda generazione “abbandonano la lingua originale e le abitudini antiche, confliggendo con la famiglia. Il modo di vestirsi, di parlare, le richieste che fanno sono lontane e non capite e acuiscono delle difficoltà più di ordine familiare: i genitori vedono il figlio ribelle non solo perché preadolescente ma anche perché rifugge le sue radici e corre verso la nuova società”. Sono ragazzi bilingue “che prendono come vero riferimento l’ambiente in cui vivono, fatto dalla scuola italiana e dal quartiere”.

Nel caso di figli di genitori di diversa nazionalità “il collegamento stretto tra la famiglia e la piazza è la lingua italiana parlata da uno dei due genitori. Il bambino sa selezionare prestissimo la lingua di comunicazione quotidiana da quella che si caratterizza non giornaliera. La regola è che ogni genitore mantenga sempre lo stesso idioma. Il genitore che parla la lingua straniera dovrà continuare a farlo per non creare confusione, specialmente nei primi anni di vita. Dopodiché diventerà una seconda lingua- conclude il direttore dell’IdO- ma la lingua madre sarà quella parlata dal genitore, dall’ambiente in cui vive e da lui stesso”.

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