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Tre minuti di giusta e sana inquietudine

Lontano dai riflettori sul Covid, ma molto vicino, ci sono storie che non bisogna smettere di ascoltare. Può anche far bene, e del bene
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BOLOGNA – “Il campo è il problema perchè è una situazione disumana e disumanizzante“. Il campo di cui parla è quello che a Lesbo ha sostituito l’accampamento per i profughi in fuga dalla guerra dato alle fiamme dai suoi stessi occupanti. “Disumano e disumanizzante” perchè, come racconta il volontario dell’Operazione Colomba che lo ha visto con i suoi occhi,  ospita 9.000 persone senza acqua corrente, senza elettricità, a cui “viene servito un solo pasto al giorno, e scarso”, ed è sorto sulla ‘montagna nera’ che d’inverno il vento spazza e rende totalmente brulla “che quando piove diventerà un acquitrino di fango. Non so davvero come potranno fare a sostenere quella situazione. E questa è la risposta dell’Europa all’emergenza di persone in fuga dalla guerra che chiedono diritto di asilo“. Nel giorno in cui fa notizia la svolta del Governo sui decreti sicurezza, in una parrocchia alla periferia di Bologna, viene proiettato “La febbre di Gennaro“, il docu-film sul giovane mediatore culturale che ha scelto di dedicarsi agli ultimi della terra in Palestina come in Colombia, in Congo come sulle navi delle Ong nel mediterraneo. Ed è qui che il suo ‘collega’ dell’Operazione Colomba, assieme al prete ‘di bordo’ di Mediterranea, don Mattia, viceparroco di Nonantola, raccontano una storia che si sente poco, che ‘fa male’, ma che soprattutto prova a far riflettere.

A Lesbo si è arrivati a rimpiangere il campo dato alle fiamme dove, oltre luci ed acqua scarseggianti, c’erano “situazioni estreme di violenza, abbruttimento, suicidi, depressione, accoltellamenti, abusi…”. Che se parli, allora, se è vero, come dice don Mattia, che “l’unico precedente storico” del genere “è ad Auschwitz e Birkenau“. E perchè, continua, lì come nel Mediterraneo “non è in gioco la vita di persone che muoiono o vengono rispedite tra i tormenti, ma l’identità di tutti noi e di quello che fare della nostra vita”.

Però c’è un però. C’è il risvolto della medaglia. Di fronte alla sfida enorme e apparentemente impossibile delle tragedie del mare o di Lesbo, quello che colpisce nella storia del giramondo volontario Gennaro, per don Mattia, “è che persone come lui dovrebbero essere perlomeno stanche e frustrate dal vedere tante persone vittime di ingiustizia e non per caso. Quando si vede tutto questo la ragione umana dice che si dovrebbe essere annientati, invece lui va avanti carico. Anche di fronte al rischio di trovare pianto e disperazione, e di sperimentare la nostra piccolezza, si trova invece una strada di felicità“.

In Colombia i volontari vivono proprio come i contadini assediati dai paramilitari, ma lì fanno la differenza: “Se ci sei, la persona che accompagni in ospedale viene fatta entrare e curata”. Una bella differenza. “Se sento come stanno i bambini a Lesbo, direi che posso vivere più serenamente il ‘problema’ del cambio di scuola di mio figlio in Italia” dice un’altra volontaria dopo essere stata in Colombia. 

Eccolo il risvolto della medaglia: trasformare l’inquietudine per un’insopportabile serie di situazioni di ingiustizia. Una bella sfida per questi tempi imprigionati dalla paura del Covid. E, funziona: “in posti violenti ed estremi ho trovato ricchezza e bellezza, una certa libertà, lì andavo a letto in pace, perchè mi sentivo nel posto giusto. Sono partito- dice ancora chi è tornato da Lesbo- ascoltando una voce che mi diceva che forse non ero nel posto giusto, ho cercato di ricomporre questa spaccatura”. Come si fa? Non bisogna aver paura di perdere qualcosa, di fare qualcosa di diverso, di deludere aspettative, di cercare il conflitto”. Poi stare a contatto “con violenze e ingiustizie ti rivolta come un calzino, ma ti tira fuori la verità di chi sei veramente”.

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