Lavoro, Fiom: “Alta moda dietro caso Pulzeta”

FIRENZE - Un presidio dinanzi a palazzo Strozzi
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FIRENZE – Un presidio dinanzi a palazzo Strozzi Sacrati e l’incontro, successivo, in Regione della Fiom, capitanata dal suo segretario fiorentino Daniele Calosi per la vertenza di 14 ex lavoratori dell’azienda Pulzeta (ex Metalucido) di Calenzano (Firenze). Gli operai erano costretti a lavorare 10 ore al giorno, senza il riconoscimento degli straordinari né dei sabati trascorsi in fabbrica. Al termine del loro contratto a termine si sono ritrovati disoccupati. A ricostruire la storia è stato, di fronte ai giornalisti, lo stesso Calosi: “Questi ragazzi hanno avuto un unico difetto per il loro datore di lavoro- ha evidenziato-, essersi organizzati per indicare i loro diritti fondamentali, di essere per esempio pagati quando viene fatta un’operazione straordinaria. Secondo me, dietro a questo c’è una punta di un iceberg che nasconde in realtà anche nella nostra provincia e nella nostra regione quanto importante sia produrre con eticità e il rispetto delle persone che per vivere devono lavorare”. La loro mansione era lucidare gli accessori metallici degli oggetti di moda per le grandi griffe. “I ragazzi che sono con noi sono del Senegal- ha spiegato Calosi-, sono quelli che hanno avuto il coraggio ma anche la forza di organizzarsi per rivendicare i loro diritti, ma dentro quell’azienda ce ne sono altri 120, che sono cinesi, eritrei, somali, le cui condizioni di lavoro non conosciamo, perché tutte le volte che abbiamo provato a fare le assemblee abbiamo notato una certa difficoltà a intercettare questi lavoratori”.

Il sindacato ha chiesto il coinvolgimento del console onorario del Senegal di stanza a Firenze, presente all’incontro in Regione, e ha ottenuto l’impegno delle istituzioni a informare direttamente l’ambasciatore a Roma. A rendere ancor più multietnica questa storia è il fatto che l’azienda risulta di proprietà di un cinese. “Dietro la vicenda c’è l’alta moda– ha puntato il dito il segretario della Fiom-, i grandi marchi che mi auguro non siano a conoscenza di quello che avviene nella loro filiera, ovvero che non vengono tutelate le persone che ci lavorano”. Adesso, l’incognita è rappresentata da cosa faranno i lavoratori mandati a casa. “Queste erano persone che lavoravano regolarmente- ha voluto ricordare Calosi-. Se non lavorano regolarmente, come fanno a vivere? Cosa spetta a queste persone? In ragione di ciò gli deve essere garantito il posto di lavoro e chiederemo conto alla Regione di farsi carico nei confronti dei marchi della moda, delle aziende che lavorano in appalto, dei posti di lavoro di queste persone”. Oltre a un rispetto severo del protocollo della Regione sull’eticità della filiera produttiva.

di Carlandrea Poli, giornalista

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